martedì 7 maggio 2013

L'ESAME E LE RISOLUZIONI SUL DEF ALLA CAMERA





Dopo la discussione generale di ieri, oggi la Camera concluderà l’esame del Documento di economia e finanza (Def). Un atto che, riguardando un documento elaborato e presentato da un governo che non c’è più, può essere definito un formalismo indispensabile e molto importante, come è emerso tra l’altro dal breve intervento svolto dal Ministro dell’Economia Saccomanni.
Il governo Letta a giorni varerà una nota di aggiornamento al Def, propedeutica all’individuazione degli strumenti necessari per realizzare alcune delle priorità indicate nel discorso programmatico. Allo stesso tempo, però, l’approvazione del Def a saldi invariati, in particolare per quanto riguarda il rapporto deficit-pil, per la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia.
Tecnicamente è bene chiarire che il Def è inemendabile, è un documento che si approva e si respinge in blocco attraverso la presentazione di una risoluzione (un atto di indirizzo formalmente identico ad una mozione ma più cogente nel dispositivo). Le risoluzioni presentate sono tre. Una della maggioranza a firma dei capigruppo di Pd, Pdl, Scelta Civica e Misto, una del Movimento 5 stelle, ed una di Sel.
La risoluzione di maggioranza impegna soprattutto il governo a rimodulare la destinazione delle risorse a disposizione nel rispetto dei saldi di finanza pubblica e degli impegni assunti a livello europeo sugli stessi, e ad individuare gli impegni più urgenti per dare attuazione al programma di governo esposto dal premier Letta in occasione della fiducia.
Le due risoluzioni delle opposizioni sono ovviamente molto più estese e di fatto nel dispositivo propongono un programma economico alternativo a quello del governo Letta.

venerdì 3 maggio 2013

POCO FEELING TRA BOLDRINI E L'UFFICIO DI PRESIDENZA




La pubblicazione dei primi resoconti dell’Ufficio di Presidenza della Camera (anche con l’abituale ritardo che li caratterizza) riserva sorprese interessanti ad una lettura attenta. I resoconti disponibili riguardano le prime riunioni svolte nel mese di marzo e il dato interessante che emerge è una certa resistenza, ed in alcuni casi velata insofferenza, dei membri dell’Udp di Montecitorio nei confronti delle proposte avanzate dalla presidente Boldrini. Resistenza che in alcuni casi porta a rinviare decisioni sui temi posti all’ordine del giorno, ed in altri a limitare la portata delle delibere proposte.
Si prenda ad esempio la questione degli alloggi di servizio riservati alle alte cariche di Montecitorio. La Presidente Boldrini, nella seduta del 28 marzo, propone da un lato la rinuncia da parte degli aventi diritto e dall’altro la destinazione di questi appartamenti ad un non meglio precisato “uso sociale”. Se sul primo punto tutti concordano sulla seconda parte della proposta, invero non molto chiara, arrivano inevitabili i distinguo. C’è chi propone di restituirli al demanio, chi di concederli in uso dietro pagamento, ma la larga maggioranza dei membri presenti ritengono tecnicamente complicata “la destinazione ad uso sociale” proposta dal presidente. Esito finale stop immediato all’uso degli alloggi e rinvio della decisione sull’uso alternativo che ne verrà fatto.
Sulla proposta di tagliare del 30% le spese relative al personale di segreteria dei membri dell’ufficio di presidenza va in scena quella che si può definire la rivolta dei segretari d’aula, ovvero coloro che all’interno dell’Udp hanno una segreteria più ristretta rispetto ai colleghi. La prima ad esprimere perplessità è Anna Margherita Miotto (Pd), seguita da Adornato, Lupi, Pes, Caparini e soprattutto Bocci che chiede di poter disporre di maggiori elementi conoscitivi e di un quadro di riforma più organico per poter decidere. Alle varie obiezioni sollevate la Boldrini sbotta (ed il fatto che questo elemento si percepisca dal resoconto sommario che, come noto, è edulcorato e aggiustato rispetto agli stenografici che non sono pubblici, è un elemento rilevante) sostenendo che le intenzioni della presidenza erano già state rese note da tempo e che quindi non si giustificavano le richieste di rinvio. Esito finale, la decisione sul punto è rinviata ad altra seduta.
Per la cronaca nella seduta successiva del 2 aprile il taglio sui costi del personale di segreteria viene operato ma pari al 25% e non del 30% come inizialmente proposto. Inoltre per questa delibera, come per le altre, della stessa seduta non sono disponibili ancora i resoconti, ma solo le notizie pubblicate dalle agenzie di stampa che, come noto, sovente divergono e di molto dai documenti approvati.

giovedì 2 maggio 2013

BUFERA IN VISTA PER IL NUOVO VICE PRESIDENTE DI MONTECITORIO


 
La nomina di Maurizio Lupi a Ministro delle infrastrutture e trasporti del governo Letta, costringerà la Camera dei Deputati ad eleggere entro breve un nuovo vice presidente, carica che è stata lasciata momentaneamente vacante.
L’articolo 5 del regolamento di Montecitorio prescrive che i vice presidenti debbano essere quattro e fino ad oggi la prassi ha previsto che due fossero espressi dalla maggioranza e due dall’opposizione.
Le dimissioni di Lupi hanno posto le premesse per lo scoppio di ulteriori polemiche. Quando l’ufficio di presidenza è stato eletto nella seconda seduta della Camera la prassi era stata rispettata perché pur non essendoci ancora un governo, due vice presidenti furono attribuiti al Pd, partito maggioritario a Montecitorio, ed uno ciascuno a Pdl e M5S, che presuntivamente si sarebbero dovute collocare all’opposizione.
La nascita del governo Letta ha invece scompaginato la geografia politica della Camera dando vita ad una maggioranza amplissima composta da Pd e Pdl (più Scelta Civica). Prassi vorrebbe che, dovendo appunto eleggere un nuovo Vice presidente, questo fosse espresso dall’opposizione (M5S, Sel, Lega, Fdi), prassi che andrebbe rispettata a maggior ragione a fronte di una maggioranza numerica assai vasta.
Il problema si pone nel fatto che il Pdl è oggettivamente sotto rappresentato nell’ufficio di Presidenza, disponendo solo di due membri (Lupi compreso), tema già sollevato dal gruppo (vedi post del 12 aprile E IL PDL TENTA IL BLITZ PER AVERE UN SEGRETARIO D'AULA IN PIU'). Premesso che per la composizione dell’Ufficio di Presidenza non valgono criteri di proporzionalità, è comunque difficile pensare che il Pdl accetti di rimanere con un solo rappresentante in Udp, il Questore Fontana, se la vice presidenza nuova fosse assegnata all’opposizione.
Prevista dunque polemica a Montecitorio che spetterà al Presidente Boldrini cercare di dirimere con la moral suasion. Previste nuove spine per il Pd che sarà costretto a far eleggere con i suoi voti un vice presidente del Pdl a fronte di un candidato M5S o addirittura di Sel.
Per rendere completo il quadro si può anticipare che qualcuno si appellerà alla situazione verificatasi nello scorcio di legislatura del governo Monti, dove tutti i vice presidenti erano espressione di forze che sostenevano il governo. A nostro avviso l’obiezione non ha ragione di essere perché in quel caso si trattava appunto di uno scorcio di legislatura, mentre quella attuale concretamente si sta avviando solo ora. Inoltre il governo Monti era un esecutivo tecnico sostenuto esternamente da alcune forze politiche. Al contrario il governo Letta è un esecutivo politico con Ministri politici, come appunto Lupi e molti altri.
Delle due l’una o si batte in testa all’opposizione e si procede con la forza dei numeri, oppure si cerca di arrivare informalmente ad un riequilibrio della composizione dell’Ufficio di Presidenza cercando di tenere insieme regolamento, prassi e di non porre nuovi precedenti.