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mercoledì 25 settembre 2013

L'ABOLIZIONE DELLE PRONVICE FINISCE VITTIMA DI FEMMINICIDIO



Chi avrebbe mai immaginato che la tanto attesa abolizione delle province rischia seriamente di finire vittima del femminicidio? Al di là delle battute che la riforma delle province salti definitivamente è un’ipotesi più che probabile e l’operazione si può compiere tra poche ore all’interno del decreto legge 93, quello sul femminicidio. In quel provvedimento c’è un articolo, il 12, che proroga fino a giugno 2014 i commissariamenti effettuati dal governo Monti e ne dispone di nuovi per le amministrazioni provinciali che andranno a scadenza da qui a giugno 2014. Il governo, come spiega nella stessa relazione al decreto, è stato costretto a varare questa norma per evitare che, a seguito della bocciatura operata dalla Consulta delle norme varate dal governo Monti in tema di riforma delle province, una ventina di queste tornasse al voto alla prima finestra elettorale utile.
Inutile dire che, in questo caso l’abolizione delle province verrebbe di fatto archiviata, perché nel migliore dei casi si dovrebbe aspettare altri 5 anni dal momento che sarebbe impensabile sciogliere e abolire un’amministrazione democraticamente eletta dal voto dei cittadini. A fronte di ciò desta grande sorpresa che tra gli oltre 400 emendamenti presentati in commissione affari costituzionali al Dl sul femminicidio, tutti i gruppi, tranne M5S e Scelta Civica, abbiano presentato un emendamento soppressivo dell’articolo 12, Pd e Pdl compresi. Questo significa che se tale soppressione sarà a approvata, e a questo punto ci sono tutti i presupposti, i partiti hanno finalmente colto la tanto sospirata occasione per salvare le province.
Se per farlo ci sarà bisogno di sconfessare doppiamente il governo, stracciandogli di netto un articolo del decreto e facendo carta straccia della riforma costituzionale per la quale Franceschini ha chiesto l’urgenza, pazienza. Un presidente di provincia ed una giunta valgon bene un ceffone al governo.

martedì 7 maggio 2013

L'ESAME E LE RISOLUZIONI SUL DEF ALLA CAMERA





Dopo la discussione generale di ieri, oggi la Camera concluderà l’esame del Documento di economia e finanza (Def). Un atto che, riguardando un documento elaborato e presentato da un governo che non c’è più, può essere definito un formalismo indispensabile e molto importante, come è emerso tra l’altro dal breve intervento svolto dal Ministro dell’Economia Saccomanni.
Il governo Letta a giorni varerà una nota di aggiornamento al Def, propedeutica all’individuazione degli strumenti necessari per realizzare alcune delle priorità indicate nel discorso programmatico. Allo stesso tempo, però, l’approvazione del Def a saldi invariati, in particolare per quanto riguarda il rapporto deficit-pil, per la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia.
Tecnicamente è bene chiarire che il Def è inemendabile, è un documento che si approva e si respinge in blocco attraverso la presentazione di una risoluzione (un atto di indirizzo formalmente identico ad una mozione ma più cogente nel dispositivo). Le risoluzioni presentate sono tre. Una della maggioranza a firma dei capigruppo di Pd, Pdl, Scelta Civica e Misto, una del Movimento 5 stelle, ed una di Sel.
La risoluzione di maggioranza impegna soprattutto il governo a rimodulare la destinazione delle risorse a disposizione nel rispetto dei saldi di finanza pubblica e degli impegni assunti a livello europeo sugli stessi, e ad individuare gli impegni più urgenti per dare attuazione al programma di governo esposto dal premier Letta in occasione della fiducia.
Le due risoluzioni delle opposizioni sono ovviamente molto più estese e di fatto nel dispositivo propongono un programma economico alternativo a quello del governo Letta.