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lunedì 11 maggio 2015

IL VITALIZIO PARLAMENTARE FORSE NON E' PIU' UN DIRITTO ACQUISITO



La scorsa settimana, come noto, gli uffici di Presidenza della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica hanno approvato una delibera comune che prevede la sospensione del vitalizio ai parlamentari condannati per reati gravi o gravissimi.
A questa delibera i media hanno dato ampio spazio e la stessa Presidente della Camera sul tema ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera di sabato.
Al di là del merito e delle posizioni politiche assunte su di esse, la questione è interessante per un altro aspetto, quello del principio che viene posto.
Ovviamente sarebbe interessante leggere il testo originale della delibera, che purtroppo non è pubblico, per appurare le premesse che portano poi al dispositivo della delibera. Questo perché a nostro avviso la decisione assunta dagli uffici di presidenza di Camera e Senato apre uno spiraglio per un’eventuale futura abolizione del vitalizio parlamentare.
Fino ad oggi, infatti, la tesi che era sempre stata sostenuta era quella del vitalizio parlamentare come diritto acquisito e, dunque, non revocabile nei confronti di chi questo diritto ha già maturato.
La delibera della settimana scorsa, però, scardina questo principio perché prevede la possibilità di una sospensione del vitalizio, anche se vincolata a casi del tutto particolari come quello della condanna definitiva per un certo tipo di reati.
La presidente Boldrini, nell’intervista al Corriere, ha sottolineato come la legge non preveda per i cittadini una revoca della pensione maturata a seguito del versamento di contributi, in caso di una condanna penale. Ovviamente l’intento della Presidente Boldrini nell’avanzare questo esempio era solo quello di sottolineare come fossero ingiuste le critiche rivolte alla delibera da coloro che la consideravano troppo blanda. Eppure il punto sottolineato, involontariamente, dalla Presidente è fondamentale per sostenere, come per anni ha fatto un deputato come Antonio Borghesi, che il vitalizio parlamentare non è una “pensione” e dunque non è protetto dagli stessi diritti. Al contrario esso dipende esclusivamente dall’Ufficio di Presidenza delle due Camere che, volendo potrebbero anche disporne la revoca o la riduzione dell’importo a chi già lo percepisce (anche perché fino al 2011 il vitalizio parlamentare non era di natura contributiva come invece avviene ora). Insomma si tratterebbe semplicemente di una decisione politica.
Riteniamo che anche l’intervento di fuoco svolto al Senato da Ugo Sposetti possa confermare questa interpretazione. Sposetti non è nuovo a prese di posizione impopolari, come la difesa ad oltranza dei finanziamenti pubblici alla politica. Inoltre non è persona che è solita parlare a caso. La sua sensibilità per certi temi  ci fa dunque pensare che lui prima di altri abbia intuito quale potrebbe essere la conseguenza ultima della delibera approvata dagli uffici di presidenza delle due Camere, e non a caso nel suo intervento ha fatto riferimento alla recente sentenza della Consulta sulle pensioni. Sentenza che però riguarda le pensioni dei cittadini, non i vitalizi dei parlamentari.

giovedì 2 maggio 2013

BUFERA IN VISTA PER IL NUOVO VICE PRESIDENTE DI MONTECITORIO


 
La nomina di Maurizio Lupi a Ministro delle infrastrutture e trasporti del governo Letta, costringerà la Camera dei Deputati ad eleggere entro breve un nuovo vice presidente, carica che è stata lasciata momentaneamente vacante.
L’articolo 5 del regolamento di Montecitorio prescrive che i vice presidenti debbano essere quattro e fino ad oggi la prassi ha previsto che due fossero espressi dalla maggioranza e due dall’opposizione.
Le dimissioni di Lupi hanno posto le premesse per lo scoppio di ulteriori polemiche. Quando l’ufficio di presidenza è stato eletto nella seconda seduta della Camera la prassi era stata rispettata perché pur non essendoci ancora un governo, due vice presidenti furono attribuiti al Pd, partito maggioritario a Montecitorio, ed uno ciascuno a Pdl e M5S, che presuntivamente si sarebbero dovute collocare all’opposizione.
La nascita del governo Letta ha invece scompaginato la geografia politica della Camera dando vita ad una maggioranza amplissima composta da Pd e Pdl (più Scelta Civica). Prassi vorrebbe che, dovendo appunto eleggere un nuovo Vice presidente, questo fosse espresso dall’opposizione (M5S, Sel, Lega, Fdi), prassi che andrebbe rispettata a maggior ragione a fronte di una maggioranza numerica assai vasta.
Il problema si pone nel fatto che il Pdl è oggettivamente sotto rappresentato nell’ufficio di Presidenza, disponendo solo di due membri (Lupi compreso), tema già sollevato dal gruppo (vedi post del 12 aprile E IL PDL TENTA IL BLITZ PER AVERE UN SEGRETARIO D'AULA IN PIU'). Premesso che per la composizione dell’Ufficio di Presidenza non valgono criteri di proporzionalità, è comunque difficile pensare che il Pdl accetti di rimanere con un solo rappresentante in Udp, il Questore Fontana, se la vice presidenza nuova fosse assegnata all’opposizione.
Prevista dunque polemica a Montecitorio che spetterà al Presidente Boldrini cercare di dirimere con la moral suasion. Previste nuove spine per il Pd che sarà costretto a far eleggere con i suoi voti un vice presidente del Pdl a fronte di un candidato M5S o addirittura di Sel.
Per rendere completo il quadro si può anticipare che qualcuno si appellerà alla situazione verificatasi nello scorcio di legislatura del governo Monti, dove tutti i vice presidenti erano espressione di forze che sostenevano il governo. A nostro avviso l’obiezione non ha ragione di essere perché in quel caso si trattava appunto di uno scorcio di legislatura, mentre quella attuale concretamente si sta avviando solo ora. Inoltre il governo Monti era un esecutivo tecnico sostenuto esternamente da alcune forze politiche. Al contrario il governo Letta è un esecutivo politico con Ministri politici, come appunto Lupi e molti altri.
Delle due l’una o si batte in testa all’opposizione e si procede con la forza dei numeri, oppure si cerca di arrivare informalmente ad un riequilibrio della composizione dell’Ufficio di Presidenza cercando di tenere insieme regolamento, prassi e di non porre nuovi precedenti.