Quello che avevamo segnalato per
tempo, si è puntualmente verificato. In commissione la maggioranza ha soppresso
l’articolo 12 del decreto sul femminicidio e con esso ha di fatto reso
impossibile la soppressione delle Province. Poiché la norma che prorogava i
commissariamenti fino a giugno 2014 è stata cancellata questo significa che
alla prima occasione utile si svolgeranno le elezioni provinciali, dunque le
110 province italiane sono salve e con loro i rispettivi presidenti, assessori,
consiglieri e consulenti vari.
Il blitz con cui è stata
archiviata una delle riforme sulla quale si erano impegnati solennemente non
solo tutti i partiti, salvo la Lega, ma anche i governi passati e presenti
(Monti e Letta) in un’ottica di risparmio, ha risvolti paradossali.
Il primo è che l’archiviazione
della riforma di abolizione delle province avveniva mentre il premier Enrico
Letta prima al Senato e poi alla Camera, nel discorso sulla fiducia diceva basta
promesse alle quali la gente non crede più e addirittura accelerava sulle riforme
costituzionali, prevedendone la realizzazione entro un anno invece che in 18
mesi. Forse è proprio per fare prima che la riforma delle Province è stata
cancellata.
Il secondo riguarda un governo
che a fronte di una maggioranza che gli preannuncia uno schiaffone doloroso ,
invece di difendersi porge (demo)cristianamente pure l’altra guancia. La
soppressione dell’articolo 12 è infatti avvenuta con il parere favorevole del
sottosegretario Sesa Amici.
Terzo e più interessante elemento
riguarda la motivazione con cui è stata giustificata la soppressione dell’articolo
12. Gian Claudio Bressa, capo gruppo Pd in I commissione, ha tirato in ballo la
necessità di cancellare quell’articolo per evitare rischi di
incostituzionalità. Poiché, come noto, sui decreti legge ai fini della loro
promulgazione il Capo dello Stato esercita un vaglio preventivo di legittimità
costituzionale, e solo in caso di vaglio positivo li firma, per deduzione
logica le argomentazioni addotte da Bressa costituiscono una critica all’operato
del capo dello stato.
Il capo dello stato, per coloro
che hanno sostenuto la soppressione dell’articolo 12, ha dunque clamorosamente
sbagliato nell’operare il suo vaglio di costituzionalità.