lunedì 10 giugno 2013

L'ESAME DEL DL SU IMU E CIG ENTRA NEL VIVO


In questa settimana a Montecitorio entra nel vivo in commissione l’esame sul Decreto Legge numero 54, il primo provvedimento di rilievo varato dal governo Letta. I capisaldi di questo provvedimento sono costituiti dalla sospensione della prima rata dell’Imu (art. 1 e 2), dal Rifinanziamento della Cassa Integrazione in deroga e dei contratti di solidarietà (art. 4 commi 1-3) la proroga dei contratti precari della PA (art. 4 comma 4) e la proroga dei contratti degli sportelli unici dell’immigrazione (art. 4 comma 5).
Il provvedimento nel suo complesso non presenta aspetti di grande risalto negativo, allo stesso tempo sembra una sorta di dna del governo di larghe intese e della precarietà su cui poggia. La prima rata Imu infatti è sospesa, nelle more del tentativo di creare una nuova imposta comunale sui servizi che, al suo interno inglobi anche la Tares. Il limite temporale individuato dal decreto è quello del 31 agosto, sforato il quale scatta la clausola di garanzia prevista dall’articolo 2 del decreto, ovvero il pagamento della prima rata Imu entro il 16 settembre.
Poiché anche la semplice dilazione della rata Imu ha un costo non indifferente sulle casse già molto dissestate dei comuni, il decreto prevede un anticipo nei confronti degli enti locali da parte della tesoreria centrale dello stato fino al 50% degli incassi Imu ottenuti nel 2012 da ogni amministrazione comunale.Il rifinanziamento della Cig per il 2013 recato dalle norme previste dai commi 1 e 2 dell’articolo 4 ammonta a circa 1 miliardo di euro. 250 milioni vengono sottratti al fondo per la decontribuzione dei premi di produttività, 246 milioni arrivano dai fondi per la formazione, infine altri 219 milioni arrivano utilizzando circa 9 milioni di sanzioni amministrative comminate dal garante per i consumatori, 100 milioni sono stornati dagli impegni di spesa previsti dal trattato di amicizia tra Italia e Libia ed ulteriori 100 milioni sono stornati dal fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale. Va detto che sulle coperture relative alle sanzioni del garante per i consumatori e quelle relative al trattato di amicizia con la Libia sussiste qualche perplessità sulla possibilità di un loro effettivo utilizzo, esistendo sulle prime una riserva di legge, e sui secondi impegni di spesa che comunque andranno onorati.
Per quanto riguarda il rifinanziamento dei contratti di solidarietà, la copertura è individuata destinando 57 milioni e 600 mila euro circa di somme impegnate per lo stesso fine e non ancora pagate.
Il decreto proroga fino al 31 dicembre 2013 i contratti a termine della PA in essere al 30 novembre 2012 e che superino il limite di 36 mesi comprensivo di proroghe e rinnovi. Su questa norma va sottolineato che se tra questi contratti ve ne sono alcuni che hanno già ottenuto una proroga precedente, per questi stessi maturerebbe il diritto all’assunzione a tempo indeterminato.
Altra proroga prevista dal decreto, sempre fino a dicembre 2013, è quella dei contratti dei lavoratori degli sportelli unici per l’immigrazione presenti nelle prefetture e nelle questure. L’onere di questa norma stimato in circa 10 milioni per il 2013 è coperto utilizzando le risorse del fondo destinato al sostegno delle vittime della mafia e dell’usura.
Il decreto all’articolo 3 prevede poi una norma più simbolica che altro, ovvero il divieto di cumulo tra lo stipendio di Ministro e sottosegretario con quello di parlamentare. I membri del governo che sono anche parlamentari, percepiranno solo lo stipendio da deputato o senatore e non più quello da ministro (50.204 euro) o da sottosegretario (41.719 euro) per un risparmio a regime di 2 milioni annui circa. Curiosità. Nella stesura della norma si sono scordati di citare la figura dei Vice Ministri (il cui stipendio è equiparato a quello di un sottosegretario), dimenticanza che verrà corretta sicuramente con un emendamento.

venerdì 7 giugno 2013

LA CAMERA DEI DEPUTATI VIOLA IL REGOLAMENTO... PER EVITARE POLEMICHE



La Camera dei deputati da più di un mese sta violando palesemente uno degli articoli del suo regolamento, e lo fa per evitare polemiche politiche che la maggioranza non è in grado né di risolvere, né di affrontare. L’articolo 5 stabilisce al comma 1 che i vice presidenti dell’assemblea di Montecitorio debbono essere 4. Da quando Maurizio Lupi ha assunto l’incarico di Ministro delle Infrastrutture questo disposto è disatteso.
La Presidente Boldrini fino ad oggi non ha convocato l’aula per l’elezione di un nuovo vice presidente, e tale integrazione non è prevista nel calendario dei lavori del mese di giugno. Il motivo è molto semplice, e questo blog lo ha già segnalato con largo anticipo con un post. La prassi vuole che i quattro vice presidenti siano espressione due della maggioranza e due dell’opposizione. Essendocene già due della maggioranza (Giachetti e Sereni) e uno solo dell’opposizione (Di Maio), il quarto vice toccherebbe all’opposizione.
Questa soluzione, però, scatenerebbe le ire del Pdl che non solo esprimeva il vice presidente che ha lasciato la sede vacante, ma è anche oggettivamente sottorappresentato in ufficio di presidenza con il solo questore Fontana. Dunque l’elezione del quarto vicepresidente comporterebbe sicuramente polemiche qualunque soluzione venisse adottata. Se la prassi venisse rispetta, e dunque il vice andasse all’opposizione con i voti o con l’astensione comunque determinante del Pd la maggioranza entrerebbe in tensione. Se il vice fosse assegnato al Pdl, le polemiche coinvolgerebbero sempre il Pd, che ha preferito il Pdl ad uno dei partiti dell’opposizione, ma anche la Presidente della Camera che non è riuscita a trovare le intese necessarie tra i gruppi e soprattutto non è riuscita a rispettare la prassi.
La soluzione che per il momento si adotta è quella dello struzzo. Non è un segno di forza e soprattutto la vittima è l’articolo 5 del regolamento che non viene attuato dolosamente.

martedì 4 giugno 2013

NESSUNA MODIFICA ALLE PENSIONI DEI POLIZIOTTI



All’esame delle commissioni della Camera c’è la bozza di un Dpr che aveva preoccupato non poco i lavoratori del comparto sicurezza, perché a questo provvedimento era affidato il compito di armonizzare il sistema pensionistico di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del fuoco, alle norme introdotte dalla riforma Fornero. Il provvedimento prevede anche per i lavoratori del comparto sicurezza l’introduzione del sistema delle finestre per la pensione di vecchiaia, ritardando di fatto l’effettiva andata in pensione di 1 anno e tre mesi fino al 2015 e successivamente di 1 anno e otto mesi dal 2016. Inoltre per le pensioni di anzianità si prevede una penalizzazione in termini percentuali per ogni anno di anticipo rispetto ai 58 anni.
Al di là del contenuto il provvedimento, almeno per il momento non avrà seguito. Infatti il relatore in commissione affari costituzionali Emanuele Fiano ne ha già decretato la sorte negativa, bocciando non i contenuti ma la natura del provvedimento. La sostanza della raffinata relazione svolta da Fiano sta nel fatto che la modifica del sistema pensionistico del comparto sicurezza, per uniformarlo alla riforma effettuata dal ministro Fornero, non può essere realizzata attraverso un regolamento, quale il Dpr è, ma solo attraverso una legge ordinaria. Poiché i rilievi che la commissione affari costituzionali formulerà saranno vincolanti, ciò significa che per il momento le pensioni di poliziotti e carabinieri resteranno come sono, almeno in attesa che il governo vari un provvedimento di legge.
Sintesi dei passaggi più significativi della relazione Fiano
In relazione allo strumento normativo utilizzato per la disciplina descritta è opportuno ricordare che l'articolo 17, comma 2, della legge n. 400 del 1988 dispone che: «Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il Consiglio di Stato e previo parere delle Commissioni parlamentari competenti in materia, che si pronunciano entro trenta giorni dalla richiesta, sono emanati i regolamenti per la disciplina delle materie, non coperte da riserva assoluta di legge prevista dalla Costituzione, per le quali le leggi della Repubblica, autorizzando l'esercizio della potestà regolamentare del Governo, determinano le norme generali regolatrici della materia e dispongono l'abrogazione delle norme vigenti, con effetto dall'entrata in vigore delle norme regolamentari».