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martedì 27 gennaio 2015

L'EMENDAMENTO CHE NON EMENDA CREA UN PICCOLO CORTO CIRCUITO



Nella seduta di ieri alla Camera durante l’esame della riforma costituzionale un emendamento che tale non era, perché di fatto non avrebbe modificato nulla, ha creato qualche minuto di corto circuito. Stiamo parlando dell’emendamento del testo alternativo del relatore di minoranza Toninelli all’articolo 29 del ddl costituzionale. Sia l’articolo 29 che l’emendamento eliminano dal primo e secondo comma dell’articolo 114 della Costituzione la parola Province, solo che lo fanno in maniera diversa. Il testo dell’articolo 29 propone una novella all’articolo 114 della Costituzione sopprimendo la parola province, l’emendamento del testo alternativo, invece, riscrive i due commi dell’art 114 espungendo la parola province. Dunque stesso esito. Ed è proprio questo che crea il problema. Il primo ad intervenire e sollevare la questione è il relatore della Lega Bragantini che pone la seguente questione: Governo e maggioranza hanno dato parere negativo, ma se si boccia questo emendamento che è identico al testo dell’articolo 29 del ddl, non si denuncia consequenzialmente anche lo stesso articolo 29? La Presidente Boldrini in prima battuta si confonde e pensa che il problema stesse nel fatto che sarebbe scomparsa dalla costituzione la disposizione che Roma è la capitale dello stato, ma non è così perché tale disposizione si trova nel terzo comma dell’articolo 114 della Costituzione che non viene modificato. Prova a fare luce sulla questione il relatore Fiano del Pd, spiegando che l’emendamento che, anche se votato, non modificherebbe il testo del ddl non ha senso e dunque da qui origina il parere contrario. Inoltre Fiano fa un cenno al fatto che tale emendamento avrebbe dovuto essere considerato inammissibile dalla Presidenza. Buttiglione conferma quanto detto già da Fiano specificando, però, che l’emendamento essendo stato considerato ammissibile deve essere posto comunque ai voti. La Presidente Boldrini ammette che vi è stato un errore degli uffici nel vaglio di ammissibilità ma, al contrario di quanto sostenuto, a nostro avviso correttamente da Buttiglione, decide che sull’emendamento non si debba votare, varando una sorta di inammissibilità ex post. Ciliegina sulla vicenda è stata costituita dal fatto che il presentatore dell’emendamento in questione, il relatore di minoranza Toninelli, mentre si disquisiva sul suo testo era sparito dall’aula.

mercoledì 11 dicembre 2013

SPOSTAMENTO LEGGE ELETTORALE ALLA CAMERA. PD TIMIDO, RESPONSABILE RIFORME IN SILENZIO



Lo spostamento alla Camera dell’esame della legge elettorale è unO dei temi più in voga nel dibattito politico di queste ore, ed è uno dei cavalli di battaglia del neosegretario del Pd Matteo Renzi. Il problema è che alle parole del capo non seguono i fatti concreti nelle sedi opportune, ed in particolare soprattutto il Pd si dimostra alquanto timido su questo tema, mentre la renziana e nuova responsabile delle riforme istituzionali del partito, Maria Elena Boschi, rimane addirittura in silenzio sul tema.
Ieri la questione di avviare l’esame della nuova legge elettorale alla Camera è stato posto concretamente in commissione affari costituzionali. Il Movimento 5 stelle con alcuni suoi esponenti ha chiesto di far partire l’esame vero e proprio delle proposte di legge in sede referente. Richiesta che ha trovato il consenso di Sel e Forza Italia, e nei confronti della quale non si è detta contraria neppure la Lega. Il Presidente della commissione Sisto, ha spiegato che l’incardinamento dei provvedimenti in commissione era necessario solo ad attivare la procedura prevista dall’articolo 78 della Camera, quella di consentire alla Presidente della Camera di raggiungere le opportune intese con il presidente del Senato per spostare l’esame a Montecitorio. Sisto ha però specificato (correttamente) che se pure l’articolo 78 non preclude di procedere comunque nell’esame di un provvedimento già all’esame del Senato, la prassi consolidata vuole che la Camera attenda, prima di procedere, che l’eventuale intesa tra i presidenti delle due camere sia stata raggiunta.
In questo scenario, dove le motivazioni politiche possono ben prevalere su prassi e procedure, il Pd a differenza di Renzi si è dimostrato estremamente timido. In commissione è intervenuto il capo gruppo Emanuele Fiano per condividere la posizione di attesa proposta dal presidente Sisto. Atteggiamento corretto, ma sorprendente politicamente. Ancora più sorprendente è che il neo membro della segreteria nazionale del Pd a cui è stata affidata la delega alle riforme istituzionali, Maria Elena Boschi, che è anche membro della I commissione, abbia ritenuto di rimanere in silenzio, senza intervenire sulla questione. Poiché dai resoconti non si possono evincere le presenze in commissione, la Boschi potrebbe essere stata assente. Ma la sua assenza quando si deve parlare di un tema fondamentale e strategico per il suo partito e soprattutto per il suo segretario, forse sarebbe una mancanza ancora più grave del suo silenzio.  

venerdì 20 settembre 2013

FIANO PRESENTA UNA PROPOSTA DI LEGGE GIUSTA MA SCIOVOLOSA


Non si sono ancora placati gli echi delle polemiche relativE alla legge sull'omofobia che alla Camera, anche se in commissione affari costituzionali, sta per partire l'iter di una nuova proposta di legge che potrebbe suscitare ulteriori polemiche.
L'ufficio di presidenza della I commissione ha deliberato che dalla settimana prossima prenderà il via l'esame della proposta di legge 1246 a firma Fiano e altri in materia di inammissibilità delle liste elettorali che si richiamino all'ideologia fascista ol disciolto partito fascista.
L'intento è ovviamente ottimo e condivisibile, perchè si vuole anche rendere effettiva la disposizione transitoria presente nella Costituzione che vieta la ricostituzione del Partito fascista.
Se si legge l'articolato della proposta, però, qualche perplessità viene, ed è prevedibile, considerato il tema, che non manchino polemiche.
Facciamo alcuni esempi. La proposta di legge propone di non ammettere la presentazione di liste con simboli che riproducano quelli fascisti o che si richiamano all'ideologia fascista. E fin qui nessun problema. Qualche problema potrebbe nascere quando si afferma che anche gli acronimi che si richiamino ai valori o all'ideologia fascista possano essere oggeto di esclusione. Che succederebbe alla luce di questa disposizione ad un partito che si chiamasse Partito Federalista Repubblicano (Acronimo PFR come il partito fascista repubblicano) o Popolo Nazione e Fede (PNF come Partito Nazionale Fascista)?
Ancora più problemi sembra destinata a creare la disposizione che prevede l'esclusione di liste che fanno riferimenti a gruppi che "...denigrano la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza". Che significa denigrare le istituzioni? Vuol dire che chi rivolge insulti nei confronti del parlamento, della corte costituzionale, della magistratura, e ne fa temi di propaganda elettorale non si potrà candidare alle elezioni? Ancora più scivoloso il concetto di denigrazione dei valori della Resistenza, perchè come è ormai acquisito da parte della storiografia non ci fu un'unica resistenza ma ve ne furono almeno tre in una.
Principi e intenzioni giuste che, però, all'atto pratico rischiano di creare problemi, anche perchè a decidere l'esclusione di un partito o un movimento politico dovrebbero essere dei funzionari dell'ufficio elettorale del Viminale.
Ancora una volta si torna al tema dell'articolo 49 della costituzione, perchè se ci si vuole avventurare sul terreno scosceso del giudizio di democraticità di una formazione politica, allora questo dovrebbe avvenire ai massimi livelli come in Germania, dove è la corte costituzionale a stabilire se una formazione è democratica o meno. Affidare simili decisioni a funzionari d'ufficio, mal si accorda con gli intenti lodevoli della proposta.  

lunedì 5 agosto 2013

IL PD SI SPACCA SULL'OMOFOBIA E VOTA UN PARERE CHE INDEBOLISCE LA LEGGE REALE-MANCINO



La legge sull’omofobia spacca il Pd, o meglio pone su due posizioni diametralmente opposte i deputati della commissione giustizia e quelli della Commissione Affari istituzionali.
Questi i fatti. La commissione Affari Costituzionali era chiamata ad esprimere un parere sul testo licenziato dalla commissione giustizia. La relatrice Centemero del Pdl, nel tentativo di azzoppare il più possibile la legge in questione, ha proposto alla commissione un parere non solo di natura politica, anziché tecnica, ma anche dannoso. Proprio come era successo nella scorsa legislatura, anche in questa occasione si è paventato che inserire omofobia e trans fobia nelle discriminazioni punite dalla legge Reale-Mancino comportasse il rischio di introdurre reati di opinione. Così per evitare questo rischio l’on. Centemero ha pensato bene di porre due condizioni che depotenziavano non solo l’istigazione a commettere discriminazioni e/o violenze di natura omofoba, ma anche quelle di natura raziale, etnica, nazionale o religosa. Lo strumento utilizzato è sono un avverbio e un aggettivo. Nel primo caso la condizione posta dal parere prevede che chi istiga a discriminare lo debba fare apertamente. Nel secondo invece l’attuale divieto nei confronti di organizzazioni, associazioni ecc. che oggi è previsto per chi ha tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione e alla violenza ecc, secondo il parere della prima commissione dovrebbe valere solo per chi ha tra i suoi scopi l’aperto incitamento.
Questo parere è stato ovviamente massacrato dalla Presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti(Pd), sostenendo che “ recependo la condizione della I Commissione, si introdurrebbero ulteriori elementi di qualificazione della condotta, che produrrebbero l'effetto di ridurre l'ambito di applicazione della legge Reale-Mancino: non solo quando le ipotesi discriminatorie e di violenza previste dall'articolo 3 siano motivate da omofobia o transfobia, ma anche quando esse siano dovute a motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Si aprirebbe, quindi, un tema completamente nuovo, che non attiene più all'estensione dell'articolo 3 della legge Reale-Mancino alle ipotesi di omofobia e transfobia, bensì alla riduzione dell'ambito di applicazione dell'articolo 3 nel suo complesso”.
Risultato la commissione giustizia ha approvato il testo della legge sull’omofobia per l’aula senza recepire le condizioni del parere della prima commissione.
La cosa clamorosa, riguarda però, gli interventi svolti da alcuni esponenti di rilievo del Pd in commissione Affari Costituzionali, che pur esprimendo dubbi sul parere si sono dichiarati comunque a favore. L’intervento più sofferto è stato quello di Emanuele Fiano, a sua volta oggetto in passato di discriminazioni, come lui stesso ha ricordato, che però ha accettato, a questo punto non si sa se è peggio se per vincolo di maggioranza o convinzione personale, di votare a favore del parere. Sulla stessa linea anche Rosy Bindi, che ha espresso perplessità sul parere ma lo ha votato “nell'augurarsi che l'intento e l'effetto della modifica legislativa proposta dal parere sia quella che si afferma dover essere”. Sulla stessa linea del non vorrei ma voto si, anche Barbara Pollastrini.
Certamente un black out da parte dei democrat della prima commissione, ma anche un clamoroso episodio di scontro tra commissioni, con la commissione affari costituzionali che per l’ennesima volta in questa settimana non ha certamente dato buona prova di se, dopo l’esame della legge di riforma costituzionale, svolto alla velocità di un pit stop di formula 1 e il non esame degli emendamenti presentati al ddl sul finanziamento ai partiti. 

Il resoconto degli interventi Pd in I commissione