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mercoledì 22 aprile 2015

GENTILONI CONFONDE LE RISOLUZIONI CON LE MOZIONI



Al primo punto all’ordine del giorno della Camera, oggi, vi erano le comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio Europeo del prossimo 23 aprile 2015, convocato d’urgenza a seguito della recente tragedia che ha visto morire in mare circa 800 migranti.
Come sempre in queste occasioni è previsto che i gruppi presentino delle risoluzioni al fine di impegnare il governo sulle linee politiche da tenere in tale sede internazionale.  Dopo la relazione del premier Renzi e le repliche dei gruppi è toccato al Ministro degli esteri Paolo Gentiloni esprimere il parere sulle risoluzioni presentate.
Gentiloni è incorso in una piccola gaffe più che altro formale, scambiando le risoluzioni, per mozioni parlamentari e continuandole a definire in questo modo.
L’episodio sarebbe assolutamente marginale, anche perché, seppure per gli addetti ai lavori e per quanto riguarda i tempi di discussione, le mozioni sono una cosa e le risoluzioni un’altra, la sostanza è quella trattandosi di atti di indirizzo in entrambe i casi.
Dunque perché menzionare il caso? Perché qualcuno all’ufficio resoconti della Camera, almeno per quanto riguarda lo stenografico in corso di seduta ha ritenuto doveroso correggere il piccolo e veniale errore del Ministro, riportando a verbale il termine corretto di risoluzione al posto di quello di mozione. Peccato però che il video dell’intervento del Ministro renda evidente questa opera di bianchetto

mercoledì 25 giugno 2014

EVENTO STORICO ANCHE SE NON PRODURRA' EFFETTI



Il confronto pubblico tra Pd e M5S in tema di legge elettorale costituisce un evento storico della politica italiana. Chiunque l’abbia seguito con un minimo di attenzione si è reso conto che concretamente e nel merito dell’approvazione della nuova legge elettorale non produrrà alcun esito, sia perché sul punto dirimente della governabilità, o più precisamente sul fatto se le alleanze debbano essere stipulate prima o dopo il voto, le posizioni sono rimaste opposte. Sià perché con un testo già approvato in prima lettura alla Camera non è nelle cose che si azzeri tutto e si ricominci daccapo discutendo su un nuovo testo, il democratellum, come chiesto da M5S.
Nonostante ciò il confronto va considerato comunque un evento storico e positivo perché segna una novità inaudita fino ad ora per la politica italiana. Per la prima volta due forze politiche, le due principali forze politiche del paese, si sono confrontate seriamente sulla legge elettorale in maniera pubblica, in modo che chiunque lo avesse voluto, anche grazie alla diretta televisiva, avrebbe potuto seguirlo dall’inizio alla fine. Certamente non sono mancate battute maliziose, rivolte più alle telecamere che al merito del confronto, da una parte e dall’altra. I riferimenti all’arresto di Genovese e alle tessere fasulle da parte del M5S e il riferimento a Farage e la battuta sui 5 comuni su ottomila da parte di Renzi, ma questa volta al tavolo si è parlato soprattutto di questioni di merito.  Si è parlato di collegi, di preferenze, di circoscrizioni, di uno o due turni, lasciando da parte la spettacolarizzazione.
Il merito di questa clamorosa innovazione è dovuto oggettivamente alla presenza di una forza politica come M5S. Certamente anche a Renzi e al Pd va riconosciuto il merito e il coraggio di essere stati i coprotagonisti dell’evento, addirittura è stato il Pd il primo a chiedere la diretta streaming, ma è difficile pensare che nella nostra politica si potesse mai arrivare a questo punto di chiarezza e trasparenza se, pur con tutti i difetti e i limiti che si porta dietro, non avesse fatto il suo ingresso da protagonista sulla scena un soggetto come il Movimento 5 Stelle.
Al 5 stelle si deve rimproverare di essersi mosso tardi sulla legge elettorale, di essere rimasto a fare i massaggi negli spogliatoi per tutto il primo tempo della gara. E di essersi risolto ad entrare in campo solo a seguito dello contraccolpo psicologico di una sconfitta elettorale che i pentastellati hanno percepito in misura notevolmente maggiore della sua effettiva portata, e, almeno sulle prime come semplice escamotage tattico.
Ciò detto, oggi si è comunque compiuto un altro importante passo verso il rinnovamento del modo di fare politica, ed il merito è dei cinque stelle e dell’uomo politico, Renzi, che più di tutti, non solo ha le doti, ma è naturalmente predisposto a giocare su questo nuovo terreno.

martedì 6 maggio 2014

LA DIRETTIVA SULLA DECLASSIFICAZIONE DEGLI ATTI ESCLUDE IL PARLAMENTO



Nella Gazzetta Ufficiale del 2 maggio scorso è stata pubblicata la direttiva del Presidente del Consiglio per la declassificazione degli atti sulle principali stragi della storia d’Italia e il loro versamento all’Archivio di Stato. In sostanza si tratta di una lettera del premier  ai ministri in cui li invita a versare i documenti presenti negli archivi dei loro dicasteri e ricompresi nell’oggetto della direttiva, lo stesso dovranno fare i servizi.
Proprio nella parte che riguarda i documenti contenuti negli archivi degli organismi di informazione e sicurezza, la direttiva Renzi appare più fiacca. Infatti in essa si stabilisce che per la raccolta di questi documenti venga formata una commissione, ma per ogni criterio in merito alla composizione di tale commissione e al suo funzionamento viene rimesso al Direttore del DIS. L’unico organo con cui il direttore del DIS dovrà rapportarsi tramite informative semestrali è il sottosegretario alla presidenza del consiglio con Delega ai servizi.
Oltre ad una assoluta indeterminatezza relativa ai tempi di inizio e soprattutto di conclusione dell’opera di versamento all’archivio di Stato dei documenti classificati in possesso dei vari ministeri, l’altra caratteristica che emerge da questa direttiva è l’assoluta assenza del Parlamento, anche come semplice spettatore e controllore delle operazioni. Anche per quanto riguarda le carte dei servizi tutto avviene tra questi e il governo senza prevedere minimamente informative nei confronti almeno del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Nel momento in cui si tirano fuori dagli armadi le carte e di fatto rendendole pubbliche è evidente che sia cruciale il controllo proprio in merito al fatto che nessuna carta rimanga inavvertitamente in qualche cassetto, o peggio venga distrutta.
Questa mole di documenti che tra qualche tempo (abbastanza indeterminato) sarà oggetto di studio da parte di chiunque lo voglia è fondamentale non perché serva a svelare alcun mistero, ma perché sulla base di queste carte si scriverà la storia nei prossimi anni e dunque si produrrà cultura che a sua volta influenzerà la politica.
In tutto questo l’unico organo democratico rappresentativo della volontà popolare non solo non giocherà alcun ruolo, ma non avrà diritto ad ottenere alcuna informazione.

mercoledì 5 marzo 2014

L'EMENDAMENTO D'ATTORRE NON ESISTE



Da ieri pomeriggio tv e giornali non fanno altro che parlare dell’emendamento D’Attorre per indicare plasticamente il nuovo accordo raggiunto da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. In che consiste questo accordo? Molto semplice la soppressione dell’intero articolo 2 della proposta di legge all’esame della Camera, ovvero l’applicazione del nuovo sistema elettorale al Senato (mentre l’articolo 1 lo introduce per la Camera).
Quello chè è curioso però, è che a ben guardare, formalmente non esiste un emendamento D’Attorre, ma semmai un emendamento Lauricella, perché è lui il primo firmatario Pd della proposta emendativa. Non solo, ma questo identico emendamento soppressivo è stato presentato da ben altri sette gruppi, oltre al Pd (Sel, M5S, Lega, Misto, NCD, SC, FDI). Inoltre il capo fila di questi emendamenti, ovvero quello rubricato per primo dagli uffici della Camera, non è del Pd, ma di Sel a prima firma migliore.
In questo gran parlare, a torto di Emendamento D’Attorre, si deve riconoscere un merito a Silvio Berlusconi, che nella nota stampa diramata ieri pomeriggio è stato quanto mai preciso nell’indicare l’emendamento specifico sul quale si era raggiunto l’accordo, ovvero l’emendamento numero 2. 3. Bastava cliccare sul sito della Camera, scrollare il fascicolo degli emendamenti è chiamare le cose con il proprio nome.
ART. 2.
(Modifiche al sistema di elezione del Senato della Repubblica).
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  Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 1. Migliore, Pilozzi, Kronbichler.
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  Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 2. Nuti, Cozzolino, Dadone, D'Ambrosio, Dieni, Fraccaro, Lombardi, Toninelli, Grillo.
  Sopprimerlo.
  Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 3. Lauricella, D'Attorre, Naccarato, Bindi, Bruno Bossio, Lattuca, Malisani, Murer, Roberta Agostini, Zoggia, Mognato, Giorgis.
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*2. 4. Matteo Bragantini, Invernizzi.
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*2. 5. Pisicchio.
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*2. 6. Dorina Bianchi, Leone.
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*2. 7. La Russa, Giorgia Meloni, Cirielli, Corsaro, Maietta, Nastri, Rampelli, Taglialatela, Totaro.
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  Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 314. Andrea Romano, Balduzzi, Mazziotti Di Celso, Monchiero, Rabino.