lunedì 24 febbraio 2014

DISCORSO A BRACCIO SULLA FIDUCIA RENZI COME AMATO NEL 2000



Renzi come Amato, sembra incredibile ma è proprio così, e su quello che potrebbe sembrare l’aspetto più innovativo del suo esordio in parlamento per chiedere la fiducia per il suo governo, ovvero il discorso a braccio.
Oggi Renzi ha stupito tutti svolgendo a braccio il suo intervento programmatico. Eppure, almeno in questa occasione, il golden boy della politica Italiana è arrivato secondo preceduto niente meno che da colui che oggi è quasi l’icona della vecchia politica, il dottor Sottile Giuliano Amato, che ben 14 anni fa, ovvero il 27 aprile 2000 si presentava a Montecitorio e chiedeva la fiducia per il suo governo svolgendo un interventocompletamente a braccio.
Anche per quanto riguarda i rumorii e le punzecchiature con l’opposizione registrate oggi a palazzo Madama, Amato non fu da meno arrivando a sfidare l’opposizione con il suo classico tono un po’ stizzito pronunciando la frase “sfottete, sfottete, che poi vediamo come vanno le cose”.
Stessi problemi procedurali per Renzi e Amato nel depositare l’intervento nell’altra camera dove il discorso non si era svolto, mancando untesto scritto e dovendosi per forma e rispetto del parlamento depositare allorail testo del resoconto stenografico che però, doveva essere licenziato ufficialmente dai rispettivi uffici.
Dunque anche nelle curiosità la politica italiana rimane prigioniera dei corsi e ricorsi vichiani, chissà cosa ne pensa Renzi.

venerdì 21 febbraio 2014

SUPER LAVORO ALLE CAMERE IN PIENA CRISI DI GOVERNO. ENNESIMA ANOMALIA



La crisi di governo apertasi venerdì 14 febbraio con le dimissioni del Presidente del Consiglio Enrico Letta e che si concluderà con il giuramento del nuovo governo potrebbe passare alla storia come la crisi nella quale si è registrato il più alto tasso di lavori parlamentari.
La prassi costituzionale consolidata vuole che con l’apertura di una crisi di governo, Camera e Senato, interrompano la propria attività in particolare per quanto attiene l’esame di atti che implichino un rapporto tra Parlamento e governo. La prassi vuole anche che eccezionalmente, durante le crisi di governo le camere possano esaminare e approvare gli atti così detti costituzionalmente dovuti, quali ad esempio l’approvazione di leggi di conversione di decreti in scadenza.
Se da un punto di vista teorico, ma anche da quello dei precedenti, non vi è dubbio che Camera e Senato, come hanno fatto in questi giorni, possano procedere all’approvazione di decreti legge, non si può non sottolineare che mai come in questi giorni l’attività parlamentare è stata intensa in entrambe le camere al punto da non far sospettare che si fosse in una situazione di crisi di governo a chi non ne fosse al Corrente.
Dal 14 febbraio, la Camera ha esaminato e approvato Il decreto mille proroghe e il decreto sul finanziamento pubblico ai partiti. Il Senato ha invece approvato il decreto sulle carceri, il decreto destinazione Italia e quello sugli enti locali. Certamente per tutti questi provvedimenti la scadenza dei 60 giorni era più o meno prossima. Altrettanto evidentemente tutti questi provvedimenti, fatta eccezione per il mille proroghe, introducevano norme di forte impatto politico nei rispettivi settori di intervento. Norme varate dal governo attualmente dimissionario e che il nuovo governo si troverà tradotti in legge.
Poiché non è possibile effettuare un confronto con la crisi dell’ultimo governo Berlusconi e la crisi del governo Monti, perché nel primo caso il passaggio da un esecutivo all’altro si compì nel giro di poche ore, mentre nel secondo intervenne lo scioglimento delle Camere, è interessante fare un confronto con le due crisi che caratterizzarono la vita del governo Prodi due legislature fa.
La prima crisi si apri il 21 febbraio 2007, quando Prodi rassegno le dimissioni perché una mozione di maggioranza al Senato, pur essendo stata approvata non raggiunse la maggioranza assoluta dei voti. Dal 21 al 24 febbraio, giorno in cui il Presidente della Repubblica respinse le dimissioni rinviando il governo alle Camere, La Camera, che ricevette ufficialmente la comunicazione delle dimissioni del Presidente del consiglio nella giornata del 22 febbraio, in quella stessa giornata procedette all’approvazione definitiva di un decreto in tema di responsabilità amministrativa per il quale mancavano solo gli ordini del giorno e il voto finale, e nella stessa giornata procedette all’esame degli articoli presentati al decreto mille proroghe, rinviando il voto finale sul provvedimento ad altra seduta.  Seduta che si svolse quando la crisi si era già chiusa.
La seconda crisi si aprì il 24 gennaio 2008 a seguito della mancata fiducia espressa dal Senato nei confronti del governo. A seguito delle dimissioni del governo Prodi il Presidente della Repubblica assegno il 30 gennaio un mandato esplorativo all’allora presidente del Senato Marini, che rimise il mandato il 4 febbraio aprendo la strada al successivo scioglimento delle Camere. Dal 24 gennaio allo scioglimento delle Camere, la Camera dei deputati svolse due sole sedute nessuna delle quali con votazioni.

giovedì 20 febbraio 2014

LA RIFORMA DEL FINANZIAMENTO AI PARTITI PRO E CONTRO




La camera approva oggi definitivamente la riforma del finanziamento pubblico ai partiti varata dal governo uscente. Quando si parla di finanziamento pubblico, anche per tutto quello che è successo in questi anni, la domanda è una: con la nuova legge quanto spenderà lo stato e i contribuenti rispetto alla normativa vigente? La risposta è: lo stato spenderà meno e i partiti percepiranno un volume molto inferiore di denaro.
E’ vero che se si vanno a guardare le coperture della normativa in vigore e di quella che la sostituirà da domani in particolare nel 2014 il costo è praticamente identico ed è pari a circa 100 milioni annui, mentre un risparmio di circa 20 milioni si produrrà solo a  partire dal 2017, quando la nuova legge entrerà a regime. Ma per amore di verità bisogna sottolineare una differenza sostanziale. Infatti mentre quando si guarda ai costi della normativa vigente (la legge 96 del 2012) si parla di costi certi, quanto meno per quanto riguarda i 91 milioni del finanziamento pubblico. Al contrario quando si guarda alle cifre della nuova legge parliamo di tetti massimi, ma soprattutto di spese teoriche che non è detto si verifichino alla prova dei fatti.
Si prenda il 2 per mille, per il quale la legge prevede uno stanziamento massimo di 45 milioni a partire dal 2017. Questo non significa, come avviene nel sistema attuale, che i partiti aventi diritto si spartiranno 45 milioni. Bensì che si spartiranno la cifra totale che i contribuenti avranno deciso di destinargli con la dichiarazione dei redditi, cifra che non potrà essere comunque superiore ai 45 milioni, ma che probabilmente sarà molto inferiore rispetto alle attese.
Da questo punto di vista la nuova legge è positiva rispetto a quella che l’ha preceduta, e l’unico incasso certo, per chi ne ha diritto, rimangono le tre quote del vecchio finanziamento che nel triennio 2014-2016 saranno via via ridotte del 25%, 50% e 75%.
Certamente vi sono parti della nuova legge che suscitano perplessità o che possono essere considerate molto negative, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista della trasparenza. Sul primo fronte ad esempio vanno citati i commi 6-bis e 6-ter dell’articolo 12, aggiunti in Senato, consentono ai partiti di fare pubblicità tra i cittadini per farsi destinare più risorse possibile del 2 per mille, ovviamente a spese dello stato sotto forma di tariffe postali agevolatissime. Norme che produrranno un costo di 9 milioni nel 2014, 7,5 milioni nel 2015 e 6 milioni nel 2016.
Sempre sul fronte economico un’altra norma che lascia perplessi è quella che prevede la cassa integrazione per i partiti. Lo strumento in linea di principio è condivisibile. Quello che lascia perplessi è che gli ammortizzatori sociali non vengono previsti per un periodo di tempo definito, ad esempio un triennio, ma sine die (vedi art. 16 della legge) stanziando un costo per lo stato 11,25 milioni annui a decorrere dal 2016.
Vi sono poi norme di natura ordinamentale che lasciano abbastanza perplessi. Tra queste la disposizione che affida ad un DPCM non regolamentare stabilire i criteri e le modalità per il riparto e la corresponsione ai partiti delle risorse del 2 per mille. Il DPCM non regolamentare è infatti un atto di natura amministrativa che è completamente sottratto non solo a qualsiasi forma di controllo del Parlamento, ma anche al controllo del Consiglio di stato. Ovviamente questa disposizione (art. 12 comma 3) che è stata inserita al Senato, non è stata introdotta a caso.
Altra norma problematica è quella che riguarda l’elenco dei donatori dei partiti, strumento introdotto da questa legge in sostituzione delle dichiarazioni congiunte. Nel testo originario del decreto si prevedeva che i partiti dovessero rendere pubblica ogni donazione superiore a 5 mila euro, indicando appunto anche il soggetto che l’aveva erogata. Al Senato è stata apportata la modifica che stabilisce che potranno essere resi pubblici solo i dati dei donatori che avranno firmato un’apposita liberatoria. E’ evidente che quest’ultima disposizione vanifichi la previsione di una pubblicazione di un elenco nel quale teoricamente vi potrebbero essere solo cifre di denaro senza poter conoscere da chi provengono.