Il 15 aprile scorso l’ufficio di Presidenza della Camera ha
irrogato la sospensione di 4 giorni dai lavori dell’aula a 23 deputati del
Movimento 5 Stelle, per i tumulti ai quali avevano dato seguito nel corso della
seduta del 4 dicembre, a seguito dell’approvazione della ratifica dell’accordo
sul gasdotto TAP.
La decisione dell’ufficio di Presidenza, oltre ad essere la
seconda in questa legislatura in cui si sanziona cumulativamente un rilevante
numero di deputati, dopo quella del 27 febbraio scorso, presenta diversi
aspetti che meritano di essere approfonditi proprio in una lettura comparata
con le sanzioni relative agli ormai noti fatti del 29 gennaio.
Premesso che le notizie disponibili sono solo quelle
riportate dalle agenzie di stampa (e dunque frammentarie e comunque non
complete fino alla pubblicazione del resoconto dell’ufficio di Presidenza), già
su questa base un primo profilo di grande interesse riguarda la posizione del
questore Stefano Dambruoso.
Commentando le sanzioni irrogate dall’UDP il 27 febbraio ( a
Dambruoso furono comminati 15 giorni di sospensione per aver colpito una
deputata) avevamo sottolineato come la credibilità istituzionale del questore
Dambruoso, e parte delle sue funzioni, rischiassero seriamente di essere
delegittimate. Previsione che si è puntualmente avverata. I 23 deputati
convocati per essere auditi in merito ai fatti oggetto di indagine, si sono
rifiutati di prendere parte all’istruttoria dichiarando di non ritenere
legittimo l’Ufficio di presidenza di Montecitorio proprio a causa della
permanenza in tale organo del Questore Dambruoso. Oltre a questo aspetto, dalle
notizie apprese dalle agenzie di stampa, sembra emergere un altro elemento
ancora più rilevante che denota una delegittimazione del ruolo del questore. Ci
riferiamo proprio all’astensione dello stesso Dambruoso nella decisione
relativa alla sospensione irrogata. In tale occasione si sono registrate solo
due astensioni. Una di Fraccaro(M5S), che aveva partecipato direttamente alle
vicende oggetto di indagine. L’altra di Dambruoso, che non avendo dato
motivazione, sembra riconducibile esclusivamente alla posizione di forte
polemica nei suoi confronti assunta dal Movimento 5 Stelle. Inutile
sottolineare che con questo atteggiamento, ovvero un questore che si astiene su
una proposta avanzata a seguito di un’istruttoria svolta da un collegio di cui
non solo è parte, ma è il capo, come il collegio dei questori, Dambruoso
legittima nei fatti la tesi del M5S, e ripropone il tema della sua
delegittimazione de facto nel permanere nel ruolo istituzionale di questore
anziano.
Rispetto alla delibera del 27 fabbraio, in quella del 15
aprile si riscontrano un aspetto di continuità e due di discontinuità
abbastanza evidente. Il primo consiste nel fatto che anche in questo caso, e
dunque si conferma quello che era un precedente assolutamente innovativo, l’applicazione
delle sanzioni viene differita temporalmente. Queste, infatti, si applicheranno
a partire dall’8 maggio con la motivazione, sempre a quanto riportato dalle
agenzie di stampa, di non voler aggiungere altri deputati sospesi a quelli che
stanno ancora scontando le sanzioni del 27 febbraio. Gli elementi di
discontinuità, o se si vuole contraddizione, riguardano l’entità delle sanzioni
e le modalità di applicazione. Per una trasgressione al regolamento di fatto
identica, l’occupazione dei banchi del governo, Il 27 settembre si è applicata
una sanzione pari a 10 giorni di sospensione, mentre in questo caso i giorni
sono stati solo 4. Altro elemento di divergenza riguarda il fatto che pur in
presenza di un numero rilevante di deputati di uno stesso gruppo sanzionati,
23, la sospensione sarà applicata tutti per contemporaneamente. Nelle sanzioni
comminate il 27 febbraio, invece, si decise di far scontare le pene in
scaglioni temporali differenziati con la motivazione di evitare un’eccessiva
decimazione di uno stesso gruppo parlamentare.
Ultimo aspetto sul quale merita riflettere è il fatto che l’Ufficio
di Presidenza della Camera sia giunto a deliberare il 15 aprile 2014 su una
vicenda verificatasi il 4 dicembre 2013. Di norma, l’ufficio di presidenza per
quanto attiene la decisione in merito a sanzioni disciplinari non lascia
trascorrere più di tre settimane, tra il verificarsi del fatto e la conseguente
delibera. Nelle ultime tre legislature ci sono alcuni casi in cui l’ufficio di
Presidenza ha deciso in tempi più lunghi, ma un intervallo di 4 mesi tra i
fatti e la delibera costituisce un’anomalia. Anomalia, questa, che però si
configura come una costante in questa legislatura nella quale l’ufficio di
presidenza sembra quasi ingolfato nello smaltire la decisione in merito a
vicende disciplinari.
La delibera del 15 aprile rappresenta almeno il quarto caso
in questa legislatura, in cui l’ufficio di Presidenza delibera sanzioni su
fatti verificatisi a più di un mese di distanza (sedute udp del 14 maggio 2013,
4 e 11 dicembre 2013, 27 febbraio 2014).

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