Oggi la Camera decide sulla nuova legge elettorale ed anche,
in un senso o nell’altro, sul tema della parità di genere nelle candidature. Un
gruppo trasversale di deputate si stanno battendo per far approvare una
modifica che preveda la norma del 50 e 50 obbligatorio. Sappiamo di assumere
una posizione scomoda e che legittimamente si può non condividere, ma a noi
questo sembra un caso di scuola di lobbismo, anzi di tutela degli interessi di
categoria senza alcuna intermediazione. Le deputate chiedono questa norma perché,
se approvata, consentirà loro la garanzia di un più facile accesso in
Parlamento. Legittimo, ovviamente, ma non si tratta né di una battaglia di
civiltà, né di un atto di civismo disinteressato. Più modestamente è un’operazione
con cui le donne impegnate in politica tentano di rendere meno complicata la
propria permanenza all’interno degli organi elettivi.
La cosa divertente è che tra le alfiere di questa battaglia,
che oggi vestiranno di bianco in aula, oltre a parlamentari di lungo corso con
diverse legislature alle spalle, ce n’è una che ha cambiato un numero di
partiti superiore rispetto a quello delle squadre in cui ha militato Luca Toni.
Visto che la deputata in questione si è fatta eleggere, non solo in parlamento
(in entrambe le camere), ma anche a livello locale nel corso degli anni, di
certo lei non sembra aver bisogno di alcuna quota che la tuteli, ma semmai è il
contrario.
Se poi vogliamo aggiungere la quisquilia del fatto che chi
chiede il rispetto dei principi di democrazia paritaria finge di non vedere che
la Presidente della Camera si è schierata apertamente su un tema che sarà
oggetto di un voto dell’aula che presiede (per tutti si legga il comunicatoufficiale del 6 marzo nella sua sezione del sito della Camera; ma anche il
video sul suo sito personale in cui prima dice giustamente che lei è arbitro
per poi contraddirsi dichiarandosi per il 50 e 50), si capisce come tutto è
relativo.
Quella attuale è la legislatura che registra la più alta
rappresentanza femminile di sempre. Risultato ottenuto senza alcuna norma di
legge, ma solo perché la pressione dell’opinione pubblica ha indotto
determinate forze politiche (non tutte) a ritenere che si dovesse andare in
questo senso nello scegliere le candidature.
Il governo attuale è formato da metà ministri uomini e metà
ministre donne. Risultato al quale si è giunti non perché lo imponga la legge
ma perché l’attuale presidente del Consiglio ha ritenuto che il suo esecutivo
dovesse avere tale composizione.
Non sappiamo se la norma sulla parità di genere passerà o
meno. Riteniamo che imporre per legge il 50% di candidature di un sesso e 50%
dell’altro sia sbagliato in primo luogo perché non significa affatto garantire
la rappresentanza migliore. In secondo luogo perché per come è congegnata
questa legge potrebbe comunque non perseguire la finalità attesa il passaggio
di una norma che attesti solo il principio senza specificare a chi spetti il
primo posto in lista e a chi il secondo.

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