La legge elettorale, come noto, è slittata a lunedì prossimo,
ma poiché su molti giornali si aggiunge la frase “per il voto finale” è bene
specificare a che punto sia lo stato dell’arte. Lunedi prossimo a partire dalle
11 si proseguirà con un esame vero proprio della legge elettorale e non si
procederà soltanto, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, alle
dichiarazioni di voto e al voto finale. Sono tanti infatti gli emendamenti
accantonati e quelli ancora da esaminare ex novo. Basti pensare ad esempio, che
ad oggi nessuna delle modifiche concordate al primo testo ( innalzamento al 37%
della soglia per il premio di maggioranza, abbassamento al 4,5% dello
sbarramento all’interno delle coalizioni) è stata ancora materialmente inserita
nel testo uscito dalle commissioni, ma giace ancora in emendamenti approntati
dal comitato dei 9 che l’aula deve ancora votare. Ieri l’aula ha dato via
libera in 4 votazioni, ma tre di queste si riferivano a subemendamenti dell’emendamento
1.900 della commissione, che essendo stato accantonato non è stato ancora
votato. Questo signfica che anche i subemendamenti approvati per ora rimangono sospesi in attesa dell'approvazione dell'emendamento che hanno modificato.
Dunque fino ad oggi al testo licenziato dalla commissione è
stata apportata una sola modifica testuale che consiste nell’aver abrogato la
disposizione che prevedeva che il numero di seggi da attribuire a ciascun
collegio plurinominale sarebbe avvenuto con un decreto del presidente della
Repubblica su proposta del Ministro dell’Interno.
Un'altra caratteristica di questa prima settimana d’esame è
stata la timidezza, o meglio la freddezza, manifestata in aula dagli esponenti
della maggioranza ed in particolare del Pd, che hanno preso pochissime volte la
parola e ancora meno per difendere la legge. Che chi è contrario ad
provvedimento tenda molto di più ad intervenire e parlare è normale, ma che in
momenti di accesa polemica su parti dirimenti, la maggioranza rimanga in
silenzio non è affatto usuale.
A denunciare questo aspetto è stato Emanuele Fiano, a cui in
virtù del suo ruolo di capogruppo in commissione affari costituzionali ed anche
a seguito dell’assunzione di Gian Claudio Bressa al governo, è toccato il
compito del giapponese nella foresta. Fiano tra lo stanco e lo sconsolato nel tardo
pomeriggio ha detto “Devo dire che, con
una qualche sorpresa, a parte il collega Famiglietti, vedo che il cuore di
questa legge non è difeso da molti dei facenti parte della maggioranza che lo
ha sostenuto. Ma io non ho paura di avere delle idee e di confrontarmi con
delle idee”.
Non si può dare torto a Fiano a fronte di un relatore come
Sisto, tanto timido che diverse volte deputati dell’opposizione hanno scambiato
Fiano per il relatore. Ma soprattutto è mancato il Pd. Si pensi che nella
seduta di Marcoledì nessuno del Pd è intervenuto nella discussione sugli
emendamenti. Mentre ieri, a parte Fiano sono stati 13 i deputati democrat a parlare
nel corso della seduta. A questi però vanno detratti Bindi che ha polemizzato
sulle quote rosa minacciando di non votare la legge e Meloni che ha difeso le
preferenze che nella legge non ci sono. Se si sfrondano alcuni interventi si
specifici temi come quello sulle minoranze linguistiche della Blazina, o come
ha fatto Richetti solo per dare solidarietà ad un collega attaccato, di fatto
il Pd su questa legge che pure sta imponendo all’aula non ha voluto spendere
parole favorevoli. Ovviamente lo stesso vale per forza Italia, i cui interventi
sono stati in gran parte per avanzare critiche.

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