La crisi di governo apertasi venerdì 14 febbraio con le
dimissioni del Presidente del Consiglio Enrico Letta e che si concluderà con il
giuramento del nuovo governo potrebbe passare alla storia come la crisi nella
quale si è registrato il più alto tasso di lavori parlamentari.
La prassi costituzionale consolidata vuole che con l’apertura
di una crisi di governo, Camera e Senato, interrompano la propria attività in
particolare per quanto attiene l’esame di atti che implichino un rapporto tra
Parlamento e governo. La prassi vuole anche che eccezionalmente, durante le
crisi di governo le camere possano esaminare e approvare gli atti così detti
costituzionalmente dovuti, quali ad esempio l’approvazione di leggi di
conversione di decreti in scadenza.
Se da un punto di vista teorico, ma anche da quello dei precedenti,
non vi è dubbio che Camera e Senato, come hanno fatto in questi giorni, possano
procedere all’approvazione di decreti legge, non si può non sottolineare che
mai come in questi giorni l’attività parlamentare è stata intensa in entrambe
le camere al punto da non far sospettare che si fosse in una situazione di
crisi di governo a chi non ne fosse al Corrente.
Dal 14 febbraio, la Camera ha esaminato e approvato Il
decreto mille proroghe e il decreto sul finanziamento pubblico ai partiti. Il
Senato ha invece approvato il decreto sulle carceri, il decreto destinazione
Italia e quello sugli enti locali. Certamente per tutti questi provvedimenti la
scadenza dei 60 giorni era più o meno prossima. Altrettanto evidentemente tutti
questi provvedimenti, fatta eccezione per il mille proroghe, introducevano
norme di forte impatto politico nei rispettivi settori di intervento. Norme
varate dal governo attualmente dimissionario e che il nuovo governo si troverà
tradotti in legge.
Poiché non è possibile effettuare un confronto con la crisi
dell’ultimo governo Berlusconi e la crisi del governo Monti, perché nel primo
caso il passaggio da un esecutivo all’altro si compì nel giro di poche ore,
mentre nel secondo intervenne lo scioglimento delle Camere, è interessante fare
un confronto con le due crisi che caratterizzarono la vita del governo Prodi
due legislature fa.
La prima crisi si apri il 21 febbraio 2007, quando Prodi
rassegno le dimissioni perché una mozione di maggioranza al Senato, pur essendo
stata approvata non raggiunse la maggioranza assoluta dei voti. Dal 21 al 24
febbraio, giorno in cui il Presidente della Repubblica respinse le dimissioni
rinviando il governo alle Camere, La Camera, che ricevette ufficialmente la
comunicazione delle dimissioni del Presidente del consiglio nella giornata del
22 febbraio, in quella stessa giornata procedette all’approvazione definitiva
di un decreto in tema di responsabilità amministrativa per il quale mancavano
solo gli ordini del giorno e il voto finale, e nella stessa giornata procedette
all’esame degli articoli presentati al decreto mille proroghe, rinviando il
voto finale sul provvedimento ad altra seduta. Seduta che si svolse quando la crisi si era
già chiusa.
La seconda crisi si aprì il 24 gennaio 2008 a seguito della
mancata fiducia espressa dal Senato nei confronti del governo. A seguito delle
dimissioni del governo Prodi il Presidente della Repubblica assegno il 30
gennaio un mandato esplorativo all’allora presidente del Senato Marini, che
rimise il mandato il 4 febbraio aprendo la strada al successivo scioglimento delle
Camere. Dal 24 gennaio allo scioglimento delle Camere, la Camera dei deputati
svolse due sole sedute nessuna delle quali con votazioni.

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