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mercoledì 25 marzo 2015

DL TERRORISMO IN AULA CON 7 RELATORI DI MINORANZA



Il decreto antiterrorismo è approdato oggi nell’aula della Camera . Al di là della qualità e dell’efficacia delle norme in esso contenute, al decreto bisogna riconoscere di aver già ottenuto un primato. Il record del numero di relatori di minoranza. Forse anche favorito dal fatto che il provvedimento è stato esaminato in sede referente dalla Commissione Giustizia e dalla Commissione Difesa, i relatori di minoranza che questa mattina si sono schierati al banco del comitato dei nove  erano addirittura sette.  Sel,  Movimento 5 stelle e Lega, ne hanno schierati due a testa (uno per la II commissione e uno per la IV). A questi si è aggiunto Massimo Artini, ex pentastellato, ed ora appartenente alla componente del gruppo misto Alternativa Libera. Tra i gruppi di opposizione la sola Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno ritenuto di non presentare una relazione di minoranza da affiancare a quella dei relatori di maggioranza che ha accompagnato il testo in aula. Per fortuna, da un punto di vista dell’economia dei lavori, non tutti i relatori di minoranza hanno preso parola in aula per svolgere la propria relazione in senso negativo. Solo i 5 stelle hanno fatto parlare entrambe i relatori (Sarti e Tofalo), mentre Lega e Sel hanno fatto illustrare la propria relazione in senso critico solo ad uno dei due relatori.

mercoledì 11 dicembre 2013

SPOSTAMENTO LEGGE ELETTORALE ALLA CAMERA. PD TIMIDO, RESPONSABILE RIFORME IN SILENZIO



Lo spostamento alla Camera dell’esame della legge elettorale è unO dei temi più in voga nel dibattito politico di queste ore, ed è uno dei cavalli di battaglia del neosegretario del Pd Matteo Renzi. Il problema è che alle parole del capo non seguono i fatti concreti nelle sedi opportune, ed in particolare soprattutto il Pd si dimostra alquanto timido su questo tema, mentre la renziana e nuova responsabile delle riforme istituzionali del partito, Maria Elena Boschi, rimane addirittura in silenzio sul tema.
Ieri la questione di avviare l’esame della nuova legge elettorale alla Camera è stato posto concretamente in commissione affari costituzionali. Il Movimento 5 stelle con alcuni suoi esponenti ha chiesto di far partire l’esame vero e proprio delle proposte di legge in sede referente. Richiesta che ha trovato il consenso di Sel e Forza Italia, e nei confronti della quale non si è detta contraria neppure la Lega. Il Presidente della commissione Sisto, ha spiegato che l’incardinamento dei provvedimenti in commissione era necessario solo ad attivare la procedura prevista dall’articolo 78 della Camera, quella di consentire alla Presidente della Camera di raggiungere le opportune intese con il presidente del Senato per spostare l’esame a Montecitorio. Sisto ha però specificato (correttamente) che se pure l’articolo 78 non preclude di procedere comunque nell’esame di un provvedimento già all’esame del Senato, la prassi consolidata vuole che la Camera attenda, prima di procedere, che l’eventuale intesa tra i presidenti delle due camere sia stata raggiunta.
In questo scenario, dove le motivazioni politiche possono ben prevalere su prassi e procedure, il Pd a differenza di Renzi si è dimostrato estremamente timido. In commissione è intervenuto il capo gruppo Emanuele Fiano per condividere la posizione di attesa proposta dal presidente Sisto. Atteggiamento corretto, ma sorprendente politicamente. Ancora più sorprendente è che il neo membro della segreteria nazionale del Pd a cui è stata affidata la delega alle riforme istituzionali, Maria Elena Boschi, che è anche membro della I commissione, abbia ritenuto di rimanere in silenzio, senza intervenire sulla questione. Poiché dai resoconti non si possono evincere le presenze in commissione, la Boschi potrebbe essere stata assente. Ma la sua assenza quando si deve parlare di un tema fondamentale e strategico per il suo partito e soprattutto per il suo segretario, forse sarebbe una mancanza ancora più grave del suo silenzio.  

mercoledì 18 settembre 2013

PERCHE M5S HA CHIESTO LE DIMISSIONI DELLA BOLDRINI



La richiesta di dimissioni avanzata da parte del Movimento 5 stelle nei confronti della Presidente della Camera Laura Boldrini ha suscitato scalpore sia nell’aula che nelle dichiarazioni sulle agenzie di stampa. Nel profluvio di interventi piccati e risentiti (ed in alcuni casi un po’ pelosi) si è perso di vista l’oggetto del contendere, quasi che il deputato del Movimento 5 Stelle all’improvviso fosse uscito pazzo e avesse chiesto alla Boldrini di andarsene.
Le cose non stanno così e il deputato Iannuzzi ha motivato la sua richiesta all’interno di un richiamo al regolamento, e per la precisione in riferimento all’articolo 8 che stabilisce che al Presidente spetti di assicurare il buon andamento dei lavori a norma di regolamento.
Iannuzzi ha fatto riferimento all’episodio verificatosi poco prima nel quale la Presidente aveva dato la parola ad un oratore contro e ad uno a favore in merito alla richiesta di aggiornamento dell’aula sul ddl omofobia. Contro questa proposta è intervenuto per il Cinque Stelle Riccardo Nuti. La Presidente Boldrini, invece di dare la parola all’oratore a favore, come previsto dal regolamento, ha commentato nel merito la posizione espressa da Nuti, dicendo “Onorevole Nuti, l'Assemblea ha deciso e nella casa della buona politica è l'Assemblea che decide”, e dunque ha preso una posizione in un dibattito che lei avrebbe dovuto invece arbitrare.
Svolta la votazione che ha sancito la sospensione dei lavori, il deputato Iannuzzi le ha fatto notare semplicemente questa scorrettezza, motivando dunque la richiesta di dimissioni alla luce del suo mancato rispetto del regolamento proprio in merito all’obbligo di imparzialità nella conduzione dei lavori.
Richiesta certamente forte che si può anche non condividere, ma non la si può considerare né sconclusionata, né tanto meno un atto del quale scandalizzarsi o dichiararsi offesi. Stupisce in particolare che al coro delle critiche si sia aggiunto il Pdl, con Simone Baldelli, visto che nella scorsa legislatura a chiesto più volte, anche con il proprio capogruppo di allora, le dimissioni dell’allora presidente Fini, e non per motivazioni regolamentari, ma politiche.

Di seguito si riporta il testo dell'intervento di Iannuzzi

CRISTIAN IANNUZZI. Signor Presidente, intervengo sull'articolo 8 del Regolamento e sul suo ruolo. Mi perdoni, ma se lei dà la parola ad un deputato a favore e ad un deputato contro su una votazione e, poi, interviene dopo il parere del deputato ed esprime una sua opinione, un suo punto di vista, lei sta influenzando l'Aula (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
  Allora, visto che il suo ruolo dovrebbe essere
super partes qui dentro, perché è stata votata trasversalmente da tutti i gruppi e perché rappresenta tutta l'Aula, la pregherei, la pregheremmo di astenersi almeno in questi casi – in tutti i casi, ma almeno in questi casi – dall'esprimere la sua opinione e dal commentare la posizione di un deputato a favore o di un deputato contro su una votazione. Altrimenti, se lei non si sente in grado di rappresentare quest'Aula in modo imparziale, è meglio che si dimetta, così entrerà qualcuno, forse, un po’ più imparziale di lei (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle – Commenti dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà).

lunedì 25 marzo 2013

DI MAIO NE CHIEDE LA CANCELLAZIONE MA M5S HA GIA' PESCATO PERSONALE DALLE DELIBERE


 
Il primo atto del neo vice presidente della Camera del Movimento cinque stelle Luigi Di Maio è stato quello di  inviare una lettera a Laura Boldrini, firmata insieme agli altri due colleghi del movimento eletti segretari di presidenza, chiedendo l’abolizione della delibera che impone ai gruppi di assumere il proprio personale dagli elenchi precostituiti da quella stessa delibera, gli allegati A e B. Il problema è di metodo, dice Di Maio in un’intervista pubblicata sabato dal Mattino di Napoli, perché il meccanismo non lascia spazio a criteri meritocratici.
 
Di Maio ha perfettamente ragione, ma c’è un però, del quale forse lui non è a conoscenza. Il suo gruppo ha già pescato personale dai due alleati che lui vuole cancellare. Se il problema è di metodo e di principio, allora, perché uniformarsi a quello che fanno gli altri gruppi, visto che l’articolo 6 di quella delibera consente di assumere personale al di fuori degli elenchi precostituiti. Ma il gruppo che non si adegua viene penalizzato in termini economici potrebbe essere l’obiezione del Gruppo Cinque stelle. E’ assolutamente vero. Allo stesso tempo però è lo stesso principio che loro applicano ai rimborsi elettorali che meritoriamente rifiutano. Anche in quel caso, per principio, si accetta una penalizzazione, e che penalizzazione in termini economici. Un sacrificio che, ad esempio, il tesoriere del Pd Misiani ha detto di non potersi permettere su due piedi, a meno di non voler correre il rischio di fallimento.

Delle due l’una dunque se il gruppo cinque stelle, con i suoi membri in ufficio di presidenza protesta contro la delibera di dicembre 2012 e gli elenchi di personale precostituiti, allora di lì non dovrebbe pescare accettando la penalizzazione economica e stringendo la cinghia come fa sui rimborsi. Se invece la risposta è, noi a quei fondi non possiamo rinunciare, pena danneggiare il funzionamento del gruppo, allora ci vuole un po’ più di comprensione nei confronti di chi dice che cancellando completamente i rimborsi non ce la fa ad andare avanti.