All’ordine del giorno dei lavori di Montecitorio, dopo l’esame
della proposta di legge sul reato di diffamazione, figurano tre mozioni
parlamentari, rispettivamente di M5s, Sel e Lega, che chiedono la rimozione del
sottosegretario Giuseppe Castiglione. Nel dibattito politico si parla di
mozioni di sfiducia nei confronti del sottosegretario per l’indagine sul Cara
di Mineo e per i collegamenti con l’inchiesta su Mafia Capitale. Tecnicamente
però è bene precisare che i documenti presentati non sono vere e proprie
mozioni di sfiducia, ma semplici atti di indirizzo che, se approvati avrebbero
certamente un valore politico (che porterebbe alla rimozione di Castiglione),
ma non produrrebbero alcun effetto di natura giuridico-costituzionale, come nel
caso della mozione di sfiducia al singolo ministro di cui all’articolo 115,
comma 2 del regolamento della Camera. L’istituto della sfiducia nei confronti
dei sottosegretari di stato non è, infatti, prevista dai regolamenti, dunque l’unica
strada per segnalare da parte di una camera la volontà politica di rimozione di
un sottosegretario è quella della mozione ordinaria. Per quanto riguarda i
testi delle mozioni presentate, tutte ripercorrono nelle premesse le vicende
che hanno portato all’inchiesta sul cara di Mineo e su Castiglione.
Differiscono parzialmente i dispositivi. Quello della mozione M5S impegna il
governo ad avviare immediatamente le procedure di revoca del sottosegretario su
proposta del Presidente del Consiglio. Il dispositivo della mozione di Sel e
quello della lega impegna invece il governo a richiedere al sottosegretario le
dimissioni. Ovviamente si tratta di differenze stilistiche, la sostanza
politica, qualora le mozioni venissero approvate, non cambierebbe.
La Camera dei Deputati e le sue attività raccontate in modo semplice, chiaro e accessibile a tutti.
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martedì 23 giugno 2015
martedì 16 giugno 2015
CHI HA VINTO I BALLOTTAGGI? TUTTI E NESSUNO
5 su 5 oppure 5 su 78? I numeri sono numeri ma dipende da
come si leggono e nella lettura dei risultati dei ballottaggi delle
amministrative, forse hanno tutti una parte di ragione. Il Movimento 5 stelle
esulta perché nei 5 casi nei quali un suo candidato ha raggiunto il
ballottaggio è diventato sindaco. Dal che, sempre i 5 stelle, traggono buoni
auspici in vista delle elezioni nazionali dove l’Italicum prevede appunto il
ballottaggio tra le prime due liste, se nessuno ha ottenuto più del 40% dei voti.
Allo stesso tempo, però, i ballottaggi che si sono disputati
domenica scorsa sono stati ben 78 ed in 73 casi il movimento 5 stelle non è
riuscito a parteciparvi. Soprattutto nessuno dei suoi candidati è riuscito a
raggiungere il secondo turno nelle principali città andate al voto, ad iniziare
da Venezia dove le condizioni che avevano portato alle elezioni anticipate
sembravano aver posto le basi per un’affermazione pentastellato.
In molti casi è stato un centrodestra dato per morto che,
non solo ha raggiunto il ballottaggio, ma ha eletto un proprio sindaco,
vincendo sfide importanti (e impreviste) come Venezia o Arezzo. Anche in questo
caso, però, bisogna considerare che alle amministrative vi sono le coalizioni e
dunque per chi si coalizza è più facile ottenere più voti totali, rispetto ad
una lista che corre da sola. Il problema per il centrodestra riguarda il fatto
che la nuova legge elettorale nazionale non prevede più la possibilità di
coalizioni tra liste diverse, ma solo il voto alla singola lista.
Se dar vita ad una coalizione tra partiti che sostengono
posizioni anche molto diverse può essere complicato ma non impossibile, mettere
in piedi una lista unica per le elezioni tra le stesse forze è molto, molto più
complicato, anche perché i seggi disponibili non sarebbero più di 340.
Un dato leggermente più chiaro che emerge dai ballottaggi è
la sconfitta abbastanza netta del Partito Democratico. Un risultato sul quale
sicuramente hanno influito le questioni nazionali, ad iniziare dall’emergenza
immigrazione, ma che non può e non deve essere eletto solo in questa chiave, perché
a livello comunale contano molto anche i fattori locali e soprattutto i
candidati sindaco.
Non c’è dubbio invece sul fatto che l’unica vittoria certa è
stata ancora una volta quella dell’astensione. Considerando il totale di
elettori chiamati alle urne, più della metà, per diversi motivi, ha deciso di
non votare per nessuno dei candidati in campo, una tendenza all’astensionismo
maggioritario che si va consolidando e che segnala un distacco sempre maggiore
dalla politica e da tutti gli attori attualmente in campo sullo scenario
politico.
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mercoledì 15 aprile 2015
IL PARADOSSO DELL'ITALICUM SULLE PREFERENZE M5S ELEGGERA' SOLO CAPILISTA BLOCCATI
Dalle simulazioni che abbiamo pubblicato ieri emerge un
paradosso crudele. La forza politica che da sempre ha contestato le candidature
bloccate con l’Italicum eleggerà tutti i suoi deputati proprio con le
candidature bloccate. Al contrario il partito che non ha voluto eliminare le
candidature bloccate dall’Italicum sarà quello che eleggerà più deputati con il
voto di preferenza. Stiamo parlando ovviamente di M5S e PD.
M5S sarà l’unica forza politica che alle prossime elezioni
non presenterà candidature plurime (cioè lo stesso candidato in più collegi).
Se, come emerge dalle nostre simulazioni, M5S dovesse ottenere 100 deputati,
essendo 100 i collegi plurinominali è abbastanza probabile che ad essere eletti
sarebbero esclusivamente i loro capilista per i quali non si può esprimere voto
di preferenza, mentre non sarebbe eletto nessuno dei candidati per i quali gli
elettori pentastellati hanno scritto il nome sulla scheda.
Va da se, che a questo punto, le parlamentarie diverrebbero,
per M5S, le vere elezioni per la Camera, perché grazie a quei risultati si
attribuirebbero i posti di capilista nei collegi.
Al contrario il Pd, che è la forza politica che si rifiuta
di apportare modifiche all’Italicum e dunque di introdurre un voto di
preferenza per tutti i candidati, sarà il partito che, in caso di vittoria
eleggerà la grande maggioranza dei suoi deputati con i voti di preferenza.
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mercoledì 1 aprile 2015
SUL DL TERRORISMO GIORNATA DI INUTILE OSTRUZIONISMO
Giornata tesa quella che si è svolta ieri, martedi 31 marzo, nell'aula della Camera perchè in maniera imprevista il Movimento 5 Stelle si è messo a fare ostruzionismo sulla parte finale dell'esame del decreto antiterrorismo.
L'iniziativa ha destato un certo stupore perchè sulla parte più importante del provvedimento, ovvero l'esame degli emendamenti, M5S aveva consentito un voto estremamente veloce al punto che il governo non si era dovuto neppure sporcare le mani con la fiducia.
Ieri, come detto, sugli ordini del giorno è arrivata questa svolta che ha lasciato spiazzate anche le altre opposizioni, basti pensare che il capogruppo della Lega Giorgetti, incrociando la capogruppo M5S in corridoio gli ha chiesto quale fosse il motivo dell'ostruzionismo attuato, perchè non gli era chiaro.
A quanto dichiarato più o meno informalmente l'obiettivo dei pentastellati non era il provvedimento in esame, bensì ritardare l'avvio del provvedimento successivo, la delega sul terzo settore.
Se questo era il loro obiettivo è abbastanza evidente che la strategia posta in essere è fallita. Infatti oggi inizia l'esame del ddl di delega che riforma il terzo settore, con tanto di presentazione degli emendamenti. Esame che si chiuderà nella prossima settimana.
Visti i risultati ed anche la condotta d'aula posta in essere sarebbe curioso capire chi è stato lo stratega pentastellato che ideato la linea seguita ieri in aula, linea che non aveva alcuna possibilità di riuscita, come i fatti hanno dimostrato, e che per di più è rimasta incomprensibile ai più.
venerdì 13 febbraio 2015
L'ESITO PEGGIORE SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE
L’esame della legge di riforma
costituzionale alla Camera è giunta, per il momento, al punto peggiore al quale
si poteva arrivare con i gruppi di opposizione che abbandonano l’aula per
protesta nei confronti della maggioranza.
Le avvisaglie che si potesse
arrivare a questo punto si erano palesate nel corso delle giornate di martedì,
mercoledì e giovedi, attraverso una serie di decisioni
regolamentari-procedurali legittime, ma che allo stesso tempo rappresentavano
un’oggettiva forzatura, dalla decisione, poi revocata, di non concedere tempi
aggiuntivi ai gruppi che avevano terminato il loro tempo, alla decisione di
procedere con la seduta fiume.
Due risse, una tra NCD e Lega ed
una tra Pd e Sel, e le intemperanze continue che hanno contraddistinto le
sedute degli ultimi quattro giorni segnalavano un nervosismo oltre i livelli di
guardia sia tra i ranghi della maggioranza, sia tra quelli dell’opposizione.
Certamente le opposizioni hanno
attuato una condotta ostruzionistica attraverso un uso anomalo e abnorme dell’articolo
86, comma 4, del regolamento. Ma da parte della maggioranza c’è stato un
irrigidimento eccessivo nel voler porre un limite temporale perentorio per la
chiusura dell’esame di un provvedimento che non è un decreto legge ma una
riforma, ampia e rilevante della Costituzione.
Probabilmente tutto questo è la
conseguenza di un dato politico ben più importante che consiste nel fatto che
il quadro con cui la riforma costituzionale è stata avviata è radicalmente
mutato a seguito della rottura del patto tra Pd e Forza Italia.
Lo scenario che si profila è
quello che caratterizzò la riforma costituzionale del titolo V del 2001, una
riforma della sola maggioranza. In
questo senso la questione non riguarda più il merito del contenuto della
riforma costituzionale, che per molti versi è apprezzabile e necessaria, ma se
sia opportuno effettuare una modifica così rilevante della nostra carta con i
voti della sola maggioranza che, di fatto, consiste nel solo Pd, considerata l’esiguità
numerica in parlamento e ancora di più nei consensi al di fuori del parlamento,
delle altre forze di maggioranza.
lunedì 2 febbraio 2015
IL VIMINALE DIMENTICA L'ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
E’ possibile che un governo si dimentichi di riforme, anche
importanti, che lui stesso è riuscito a far approvare? A leggere la bozza dello
schema di decreto del Ministro dell’Interno che istituisce una sezione
specializzata del comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle
grandi opere presso la prefettura di Napoli, sembrerebbe di si. In questa
bozza, rubricata alla Camera come atto del governo n.139, tra l’elenco dei
componenti di questa istituenda sezione specializzata si legge, alla lettera h
del comma 2 dell’articolo 1, “Un rappresentante della provincia di Napoli”.
Peccato che l’ente in questione non esista più, poiché a seguito della legge
così detta Delrio, Dal 1 gennaio 2015 la Provincia di Napoli è stata sostituita
dalla Città metropolitana. La svista (un po’ marchiana) era stata assolutamente
ignorata anche dal relatore del provvedimento alla Camera ( e dagli uffici
della commissione che di fatto scrivono il testo della relazione per il
relatore). Se ne è accorto il deputato Cozzolino (M5S) che lo ha segnalato per le vie brevi al relatore Richetti, in modo tale che nel parere favorevole
espresso dalla prima commissione potesse essere inserita un’osservazionecontenente l’invito al governo a sanare la svista, sostituendo il termineProvincia di Napoli con città metropolitana, e ad evitare che un atto
amministrativo varato mesi dopo l’approvazione della legge di riforma delle
province facesse riferimento ad un ente che non esiste più.
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