Il primo atto del neo vice presidente della Camera del
Movimento cinque stelle Luigi Di Maio è stato quello di inviare una lettera a Laura Boldrini, firmata
insieme agli altri due colleghi del movimento eletti segretari di presidenza,
chiedendo l’abolizione della delibera che impone ai gruppi di assumere il
proprio personale dagli elenchi precostituiti da quella stessa delibera, gli
allegati A e B. Il problema è di metodo, dice Di Maio in un’intervista
pubblicata sabato dal Mattino di Napoli, perché il meccanismo non lascia spazio
a criteri meritocratici.
Di Maio ha perfettamente ragione, ma c’è un però, del quale
forse lui non è a conoscenza. Il suo
gruppo ha già pescato personale dai due alleati che lui vuole cancellare.
Se il problema è di metodo e di principio, allora, perché uniformarsi a quello
che fanno gli altri gruppi, visto che l’articolo 6 di quella delibera consente
di assumere personale al di fuori degli elenchi precostituiti. Ma il gruppo che
non si adegua viene penalizzato in termini economici potrebbe essere l’obiezione
del Gruppo Cinque stelle. E’ assolutamente vero. Allo stesso tempo però è lo
stesso principio che loro applicano ai rimborsi elettorali che meritoriamente
rifiutano. Anche in quel caso, per principio, si accetta una penalizzazione, e
che penalizzazione in termini economici. Un sacrificio che, ad esempio, il
tesoriere del Pd Misiani ha detto di non potersi permettere su due piedi, a
meno di non voler correre il rischio di fallimento.
Delle due l’una dunque se il gruppo cinque stelle, con i
suoi membri in ufficio di presidenza protesta contro la delibera di dicembre
2012 e gli elenchi di personale precostituiti, allora di lì non dovrebbe
pescare accettando la penalizzazione economica e stringendo la cinghia come fa
sui rimborsi. Se invece la risposta è, noi a quei fondi non possiamo
rinunciare, pena danneggiare il funzionamento del gruppo, allora ci vuole un po’
più di comprensione nei confronti di chi dice che cancellando completamente i
rimborsi non ce la fa ad andare avanti.

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