Nella politica italiana sembra essere spuntato un nuovo “prezzemolino”,
un personaggio individuato dalla stessa politica come una sorta di panacea ai
suoi principali mali, come quelli della corruzione e della criminalità
organizzata. Si tratta del magistrato Raffaele Cantone. Letta lo aveva inserito
in una task force con il compito di predisporre proposte contro la criminalità
organizzata. Bindi lo avrebbe voluto alla commissione antimafia. Renzi lo ha
nominato presidente del’autorità anticorruzione, e ieri ha sventolato subito il
suo nome come antidoto del governo al veleno della corruzione che sgorga dall’expo
dell’Expo. Così repentino e generico è stato il riferimento del premier a
Cantone e ad una task force anticorruzione, da spiazzare il diretto
interessato. Oggi Cantone a Radio 24 ha detto che è tutto in fieri, che non sa
quali saranno i suoi poteri e il suo ruolo e che ritiene che la task force di
cui parla Renzi si l’autorità che presiede.
E qui c’è un problema. L’autorità anticorruzione è un organo
collegiale composto dal presidente e da quattro membri. Con la nomina di
Cantone, già in essere, sono decaduti i membri precedenti, dimessisi il 23
aprile scorso. Ad oggi, però, non sono stati nominati i nuovi membri dell’autorità e neppure è stata avviata la procedura che prevede i pareri favorevoli di
camera e senato. Dunque l’autorità, ammesso che la si voglia impiegare sul
fronte expo ad oggi non potrebbe procedere immediatamente.

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