Forse è un caso ma
gli uomini e le donne più vicini al nuovo segretario del Pd Matteo Renzi
non brillano affatto come Deputati. Probabilmente la colpa non è dei singoli,
ma piuttosto del grande impegno extraparlamentare che deve aver richiesto loro
il sindaco di Firenze in vista della scalata che lo ha portato alla guida del
Partito Democratico. Eppure il dato resta ed è abbastanza eclatante per chi
come Renzi, e ovviamente i suoi collaboratori più fidati, ha messo al primo
punto della sua azione politica la liquidazione della vecchia classe dirigente,
accusata di non fare abbastanza.
Andiamo a vedere, dunque gli score dei due renziani che
possono essere considerati il braccio destro e sinistro del leader e appena
gratificati con un incarico nella segreteria nazionale, come Luca Lotti e Maria
Elena Boschi.
Lotti, nuovo capo dell’organizzazione democrat, da quando è
in Parlamento non ha presentato alcuna proposta di legge a sua prima firma ed
ha presentato una sola interrogazione a risposta scritta in tema di veicoli
sequestrati. Nella commissione Difesa di
cui fa parte non ha mai pronunciato neppure una parola, Mentre nell’aula di
Montecitorio la sua voce è riecheggiata una sola volta, ma non per intervenire
su un emendamento, bensì per commemorare l’ex sindaco di Firenze Giorgio La
Pira nella seduta del 5 novembre scorso.
Maria Elena Boschi che oltre ad essere accredita come la
donna macchina del renzismo sta diventando anche il suo volto tv, ha fatto qualcosina
in più ma di poco. Nessuna Pdl a sua firma ed una sola interrogazione, sempre a
risposta scritta, in tema di immigrazione. In Commissione affari costituzionali
ha parlato solo 2 volti su progetti di legge, intervenendo in entrambe i casi
sul finanziamento ai partiti. Il 20 giugno ha dato un giudizio sul testo in
esame, mentre il 23 settembre, è intervenuta brevemente per dichiarare il suo
parere su un emendamento. Sempre in Commissione la Boschi è intervenuta altre due volte (da aprile,
ovvero da quando si è formato il governo) ma in qualità di relatore su
altrettanti provvedimenti sottoposti a parere della sua commissione. In aula
invece è intervenuta solo due volte il 2 agosto e il 3 ottobre, ma in entrambi
i casi svolgendo un intervento in discussione generale.
Passiamo ad altri due renziani di prima fila. Il Primo è
Francesco Bonifazi, ovvero la persona con barba e capelli folti che domenica
notte faceva da guardaspalle a Matteo Renzi aprendogli la strada nel muro di
giornalisti dopo il suo primo discorso da segretario. Ebbene Bonifazi ha
presentato una proposta di legge a sua prima firma in tema di conservazione del
patrimonio storico della resistenza, ma non deve essere molto curioso visto che
non ha presentato neppure un atto di sindacato ispettivo. In Commissione
finanze ha parlato una sola volta, il 6 giugno, sulla ratifica di un trattato.
Anche nell’emiciclo di Montecitorio una sola performance il 20 settembre.
Chiudiamo con un volto storico del renzismo, la varesotta
Simona Bonafè. La Bonafè non ha presentato alcuna proposta di legge ma due
interrogazioni, una delle quali su un’azienda varesina, ed una risoluzione
sempre in commissione, niente meno che sui mondiali di ciclismo che si sono
svolti in Toscana nel 2013. In commissione cultura è intervenuta 3 volte. Una
ovviamente per illustrare la risoluzione sul ciclismo il 29 maggio, un’altra il
15 maggio sull’ordine dei lavori, ed infine una sola volta su un provvedimento
legislativo il 25 ottobre, ma semplicemente per accettare la riformulazione di
un suo emendamento. In assemblea, in linea con gli altri renziani un solo
intervento il primo ottobre.
Insomma un bottino un po’ magro quello in parlamento di questi
renziani quasi al limite del fannulonismo. Certo, si potrebbe dire che la
politica non si fa solo nelle aule parlamentari, ma soprattutto fuori sui
territori, ma questa potrebbe essere scambiata per una teoria dei vecchi
politici da rottamare, e soprattutto aprirebbe il fianco al dubbio che la
Camera serva più che altro a garantire un discreto stipendio.

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