Nel decreto legge 119, quello così detto sulla sicurezza
negli stadi, c’è anche un intero capo in tema di immigrazione nel quale vengono
varate tutta una serie di norme sia per fronteggiare il nuovo afflusso
migratorio (articoli 5-7), sia per rendere più efficiente il sistema di accoglienza nei
confronti dei richiedenti asilo e dei richiedenti protezione internazionale,
oltre che dei minori non accompagnati.
Più precisamente il fondo per le politiche e i servizi a sostegno dei richiedenti
asilo è incrementato di quasi 51 milioni per il 2014. Il rafforzamento delle
commissioni che debbono vagliare le domande di asilo e protezione sempre per il
2014 ne costa 9 di milioni. Infine viene istituito ex novo un fondo di 62
milioni per la finalità non meglio precisata di fronteggiare la nuova
emergenza. Il conto totale è di 122 milioni e 700 mila euro e la sorpresa è che
vengono presi dal così detto fondo per i rimpatri, ovvero quel fondo istituito
in pieno governo Berlusconi-Bossi, con Maroni al Viminale e che doveva servire
per rimandare a casa loro gli stranieri giunti sul nostro territorio sempre dal
nord Africa. Il governo oggi compie un’operazione inversa definanziando in
maniera consistente un fondo che, almeno propagandisticamente, doveva servire a
rimpatriare chi non aveva diritto a stare in Italia, ed utilizza quelle risorse
per una finalità politica opposta, ovvero migliorare l’accoglienza agli aventi
diritto. C’è da giurare che, almeno da parte della Lega, sul punto sarà
battaglia e il bersaglio sembra essere ghiotto, ovvero quell’ Angelino Alfano
che oggi è il responsabile politico di queste norme, ma che nel 2009, anno di
istituzione del fondo rimpatri, era ministro del governo Berlusconi.
La Camera dei Deputati e le sue attività raccontate in modo semplice, chiaro e accessibile a tutti.
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lunedì 8 settembre 2014
mercoledì 5 marzo 2014
L'EMENDAMENTO D'ATTORRE NON ESISTE
Da ieri pomeriggio tv e giornali non fanno altro che parlare
dell’emendamento D’Attorre per indicare plasticamente il nuovo accordo
raggiunto da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. In che
consiste questo accordo? Molto semplice la soppressione dell’intero articolo 2
della proposta di legge all’esame della Camera, ovvero l’applicazione del nuovo
sistema elettorale al Senato (mentre l’articolo 1 lo introduce per la Camera).
Quello chè è curioso però, è che a ben guardare, formalmente
non esiste un emendamento D’Attorre, ma semmai un emendamento Lauricella, perché
è lui il primo firmatario Pd della proposta emendativa. Non solo, ma questo
identico emendamento soppressivo è stato presentato da ben altri sette gruppi,
oltre al Pd (Sel, M5S, Lega, Misto, NCD, SC, FDI). Inoltre il capo fila di
questi emendamenti, ovvero quello rubricato per primo dagli uffici della Camera,
non è del Pd, ma di Sel a prima firma migliore.
In questo gran parlare, a torto di Emendamento D’Attorre, si
deve riconoscere un merito a Silvio Berlusconi, che nella nota stampa diramata
ieri pomeriggio è stato quanto mai preciso nell’indicare l’emendamento
specifico sul quale si era raggiunto l’accordo, ovvero l’emendamento numero 2.
3. Bastava cliccare sul sito della Camera, scrollare il fascicolo degli
emendamenti è chiamare le cose con il proprio nome.
ART. 2.
(Modifiche al sistema di elezione del Senato della Repubblica).
Sopprimerlo.(Modifiche al sistema di elezione del Senato della Repubblica).
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 1. Migliore, Pilozzi, Kronbichler.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 2. Nuti, Cozzolino, Dadone, D'Ambrosio, Dieni, Fraccaro, Lombardi, Toninelli, Grillo.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 3. Lauricella, D'Attorre, Naccarato, Bindi, Bruno Bossio, Lattuca, Malisani, Murer, Roberta Agostini, Zoggia, Mognato, Giorgis.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 4. Matteo Bragantini, Invernizzi.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 5. Pisicchio.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 6. Dorina Bianchi, Leone.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 7. La Russa, Giorgia Meloni, Cirielli, Corsaro, Maietta, Nastri, Rampelli, Taglialatela, Totaro.
Sopprimerlo.
Conseguentemente, al titolo sopprimere le parole: e del Senato della Repubblica.
*2. 314. Andrea Romano, Balduzzi, Mazziotti Di Celso, Monchiero, Rabino.
lunedì 30 settembre 2013
STOP! (AND GO?)
Il governo Letta è in crisi, una crisi sostanziale ancorchè
non formale, dal momento che il premier non andrà in parlamento dimissionario, né
allo stato risultato accettate le dimissioni dei 5 ministri pdl, che però sono
irrevocabili.
Mercoledì (alla Camera) e Giovedì (al Senato) ci sarà il
confronto in parlamento e a quest’ultimo spetterà di pronunciarsi con il voto
sulla sorte del governo. Al momento, e a quanto si legge sui giornali, ogni
risultato è aperto, ed ogni risultato sarà in gran parte determinato dalla
partita che si gioca all’interno del Pdl.
Se il Pdl rimane unito al Senato allora Letta è al
capolinea, salvo che non conceda l’impossibile a Berlusconi per consentirgli di
giustificare una sua eventuale marcia indietro sulla rottura determinata
sabato. Se il Pdl perde pezzi allora la
storia cambia e Letta, magari con un bis, può proseguire e durare.
La partita si gioca dunque in quella terra di mezzo che
conduce dal Pdl a Forza Italia ed è complicata da un Berlusconi giunto
oggettivamente al capolinea della sua parabola politica e che, come tale, per
alcuni offre meno garanzie. Incertezza per incertezza c’è chi potrebbe ritenere
più praticabile giocarsi le proprie carte nel dar vita ad un partito del Ppe
italiano. Vedremo.
Che tutto ruoti intorno al punto di rottura del Pdl lo si
capisce dalla parole di Letta, che ipotizzando uno scenario fino al 2015 vuole garantire
il più possibile coloro che nel Pdl hanno messo la valigia sul letto, ma non l’hanno
ancora riempita.
Proprio in queste ore è emersa una prima novità in merito al timing parlamentare annunciato. Letta si presenterà in parlamento Mercoledì, sia alla Camera che al Senato, partendo proprio da Palazzo Madama in mattinata. Il voto parlamentare è probabile ma non è scontato, come riferisce il Ministri Franceschini all'uscita dalla capi gruppo odierna alla Camera. Dipenderà dalle mozioni che verranno presentate e dal dibattito svolto. Segno che non si esclude una salita al colle senza che vi sia stato un voto di sfiducia.
Proprio in queste ore è emersa una prima novità in merito al timing parlamentare annunciato. Letta si presenterà in parlamento Mercoledì, sia alla Camera che al Senato, partendo proprio da Palazzo Madama in mattinata. Il voto parlamentare è probabile ma non è scontato, come riferisce il Ministri Franceschini all'uscita dalla capi gruppo odierna alla Camera. Dipenderà dalle mozioni che verranno presentate e dal dibattito svolto. Segno che non si esclude una salita al colle senza che vi sia stato un voto di sfiducia.
Al momento la prospettiva più lontana è uno scioglimento delle
Camere immediato, perché se Letta non ce la dovesse fare, allora come noto
Napolitano proverebbe a dar vita ad un governo di scopo, ed in questo caso non
si escluderebbero i voti di Sel e di una eventuale parte di M5S.
Quello che appare più probabile, anche alla luce dei
precedenti, è una sospensione dei lavori parlamentari fino a mercoledì (forse
si svolgeranno le discussioni generali previste per oggi alla Camera), anche
per evitare inevitabili incidenti di percorso.
venerdì 6 settembre 2013
LA CAMERA SCARICA BERLUSCONI SU UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONI
La Camera dei deputati non si
costituirà nel conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Consulta dal
Giudice di pace di Viterbo in merito alla decisione della Camera stessa che
aveva ritenuto le affermazioni di Silvio Berluconi nei confronti di Antonio Di
Pietro, divenute oggetto di una causa di diffamazione intentata dall’ex Pm, insindacabili
alla luce dell’articolo 68 della Costituzione.
La notizia si apprende da una
nota battuta ieri dall’Agenzia di Stampa Dire, la quale ha riportato la
decisione da parte dell’ufficio di presidenza della Camera di non assumere
decisioni facendo in tal modo venire meno i tempi, che scadono oggi, per la
costituzione in giudizio. A quanto riportato sempre dalla Dire, si può parlare
di un espediente procedurale da parte dell’Ufficio di Presidenza per evitare di
costringere l’aula ad una votazione nelle quale Pd e Pdl si sarebbero
probabilmente divisi.
Riprendiamo tale notizia perché è
la terza volta che una causa di diffamazione intentata da Di Pietro nei
confronti dello storico arcinemico Berlusconi si incaglia prima in una
dichiarazione di insindacabilità dalla Camera e poi in un conflitto di attribuzione
con la magistratura.
I due precedenti episodi si
verificarono entrambi sul finire della scorsa legislatura, e per la precisione
nel giugno e nel luglio del 2012, e l’allora ufficio di Presidenza propose all’aula
di Montecitorio di costituirsi in giudizio a fronte di singolari errori
materiali avvenuti da parte dei magistrati che avevano sollevato il conflitto.
In un caso il Tribunale di Bergamo aveva notificato alla Camera dei Deputati in
clamoroso ritardo e ben oltre i termini previsti la dichiarazione di
ammissibilità del conflitto da parte della Corte costituzionale. In un altro
caso, invece, il tribunale di Roma nell’inviare alla Camera le motivazioni del
proprio ricorso, per un errore materiale inviò un testo in cui mancavano delle
pagine e dunque era incompleto.
Nel primo caso l’aula della
Camera decise alla fine di non costituirsi in giudizio ritenendo che comunque
lo stesso giudizio non avrebbe comunque avuto seguito per scadenza dei termini,
nel secondo invece si costituì per difendere l’insindacabilità riconosciuta nei
confronti di Silvio Berlusconi.
Con la decisione assunta, o
meglio non assunta ieri, la Camera non difenderà l’improcedibilità votata a suo
tempo a favore di Berlusconi. Sarà contento Di Pietro che finalmente non vedrà
rallentato il confronto in sede legale con il suo storico nemico politico da un
conflitto di attribuzione.
mercoledì 4 settembre 2013
SCOMMETTIAMO CHE SI RINVIA?
Il calendario dei lavori provvisorio, approvato alla vigilia
della pausa estiva, prevedeva sedute con votazioni sul disegno di legge di
riforma costituzionale per le giornate di Venerdì 6, sabato 7 e (addirittura)
domenica 8 settembre.
Giovedì 5 settembre è fissata la capi gruppo che dovrà fare
il punto sulla situazione e confermare o modificare il calendario provvisorio.
Le voci di corridoio a Montecitorio e soprattutto i precedenti ci mettono nelle condizioni di azzardare già
oggi che tutto verrà rinviato a settimana prossima, con le votazioni che
partiranno da Lunedì pomeriggio o, meglio ancora martedì.
Domani è prevista nel primo pomeriggio una seduta che si
risolverà nella comunicazione delle decisioni assunte in capi gruppo e che
servirà a consentire il deposito formale alla Camera del decreto sull’Imu. Al
massimo per venerdì si potrà prevedere una seduta con interrogazioni, che
comunque torna buona per le statistiche relative al conteggio delle sedute
parlamentari.
Che si inizi a votare, come pure era teoricamente previsto,
anche per la sola giornata di Venerdì sul ddl che istituisce il comitato per le
riforme costituzionali è escluso. Anche perché
il Pd è assente perché sta celebrando la sua festa nazionale a Genova, ed altre
minori in tutta Italia. Il Pdl è concentrato solo sulla vicenda Berlusconi, e
proprio in queste ore i toni polemici tra Pd e Pdl si sono alzati in maniera
considerevole. E poi il detto ne di venere né di marte non si da principio all’arte
a Montecitorio è un dogma più che una prassi consolidata. (Montecitorio per tutti, invece,da oggi torna in attività)
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