martedì 19 novembre 2013

CONTRORDINE COMPAGNI! SU MORO (FORSE) SI RISPOLVERA LA STRADA DELLA BICAMERALE



Camera e Senato stanno dando vita ad un paradossale rimpiattino istituzionale sulla commissione di inchiesta sul caso Moro, tema del quale ci siamo già occupati e del quale torniamo ad occuparci alla luce di nuovi sviluppi.
Ebbene, dopo che a Montecitorio, non ostante le perplessità sollevate da M5S in commissione affari costituzionali, si è voluto pervicacemente procedere sulla strada della commissione monocamerale, il Senato ha ovviamente agito di conseguenza.
Come avevamo già previsto con largo anticipo su questo blog, il Senato ha accantonato la proposta di legge di commissione bicamerale, procedendo sulla strada di istituire una sua commissione d’inchiesta sul caso Moro, soggettivamente diversa da quella della Camera. Capendo, probabilmente a Palazzo Madama, quanto sarebbe stato ridicolo e deleterio che Camera e  Senato procedessero separatamente, e magari intralciandosi a vicenda, su una questione che entrambi definiscono prioritaria, come la vicenda Moro, al punto da tornare ad indagare a distanza di 35 anni e senza che siano intervenute novità rilevanti, il senato ha quanto meno avuto l’accortezza di approvare un testo identico a quello già approvato alla Camera per procedere a norma dell’articolo 162 comma 4 del regolamento del  Senato, e 141 comma 3 del regolamento della Camera ad un lavoro in congiunta delle 2 commissioni.
Peccato però che questa strada dal 1946 ad oggi, e cioè da quanto esiste la repubblica, non sia mai stata seguita, seppure esplicitamente prevista dai regolamenti. In soldoni, non essendoci precedenti in materia nessuno sa concretamente come possano lavorare congiuntamente due commissioni d’inchiesta che giuridicamente sono distinte, avendo ognuna il proprio presidente, i propri uffici di presidenza e i propri regolamenti.
Anche questo aspetto era stato sottolineato in commissione alla Camera sempre dal Movimento 5 stelle, ma i ragazzini pentastellati si erano beccati il sarcasmo rancoroso di Bressa che definiva singolare l’ipotesi che il Senato costituisse una propria commissione d’inchiesta.
Peccato che così alla fine sia stato, e tutti devono essersi accorti che la strada dell’appaiamento di due commissioni distinte per indagare sui 55 giorni di Moro rischiava di essere troppo impervia. Così oggi, giorno nel quale l’aula della Camera deve iniziare proprio l’esame della proposta di commissione d’inchiesta, da ambienti del Pd giunge l’indiscrezione clamorosa del contrordine compagni. Nel senso che oggi probabilmente la strada della commissione monocamerale sarà abbandonata su un binario morto, e come nel gioco dell’oca si ripartirà dal via con una proposta di legge da approvare velocissimamente, e magari in sede legislativa nelle rispettive commissioni, per istituire niente meno che una commissione bicamerale.
Il bello è che il Pd alla camera ha un gruppo così ampio, che evidentemente non si parlano tra loro neppure tra dirigenti. Visto che il vice presidente del gruppo, Gero Grassi, un deputato solitamente oscuro ma che sulla commissione d’inchiesta Moro si sta dimostrando insolitamente loquace, anche con affermazioni singolari, questa mattina esultava sulle agenzie per la prossima istituzione della commissione d’inchiesta alla Camera. Purtroppo questa sera l’on. Grassi scoprirà che dovrà aspettare ancora qualche settimana.

lunedì 18 novembre 2013

CHE SUCCEDE ALLA CAMERA CON LA SPACCATURA DI PDL E SCELTA CIVICA



La spaccatura politica del Pdl (ma anche, quasi nelle stesse, ore di Scelta Civica) quali conseguenze produrrà a livello parlamentare ed in particolare alla Camera dei deputati, che è il tema di cui ci occupiamo su questo blog? Quella più scontata è la nascita di due nuovi gruppi parlamentari che si andranno ad aggiungere agli 8 già esistenti. I deputati Alfaniani, hanno dato vita proprio oggi ad un gruppo parlamentare 29 unità*. Un gruppo medio-piccolo la cui reale entità alla Camera (nei lavori d’aula e di commissione soprattutto) sarà destinata ad essere molto inferiore. Infatti dei 29 componenti attuali, 4 sono ministri e diversi sono sottosegretari. Questo significa che ovviamente non sono arruolabili nell’ordinario lavoro parlamentare, perché il loro incarico gli impone di occuparsi di altro, quindi scendiamo già a 20-22 effettivi. Se a questi aggiungiamo almeno un deputato, Claudio Cicchitto, che essendo presidente di commissione, e soprattutto per storia e per età non è portato al lavoro parlamentare ordinario, possiamo vedere come, il gruppo del Nuovo Centro Destra, che politicamente ha un ruolo rilevante, a livello parlamentare è destinato ad averne uno abbastanza marginale in forza dei suoi numeri. Infatti con un deputato effettivo per commissione permanente non si può fare molto, anche impegnandosi al massimo.
L’altro gruppo aggiuntivo che dovrebbe nascere alla Camera sarà costituito dagli scissionisti di Scelta Civica. Il gruppo Montiano, che oggi insieme all’Udc, conta su 47 deputati, ovviamente rimarrà in piedi, ma vedrà fuoriuscire alcuni suoi attuali componenti. Dalle cronache non si è ben capito quanti siano i parlamentari in uscita definiti popolari che fanno capo al Ministro Mauro. Questi dovrebbero fare gruppo assieme agli Udc. Va detto che il gruppo nascerà comunque anche se non si dovesse raggiungere la quota minima di 20 deputati. Un gruppo Udc, infatti, avrebbe diritto ad ottenere la deroga, essendosi presentato l’Udc con il suo simbolo alle elezioni politiche alla Camera. Deroga scontata ancora di più dopo quella già concessa a Fratelli d’Italia.
La spaccatura del Pdl dovrebbe sicuramente comportare la nomina di un membro aggiuntivo in ufficio di presidenza della Camera, con l’elezione di un segretario d’aula che assicuri rappresentanza al Nuovo Centrodestra. Infatti gli attuali membri del Pdl in Udp Camera, Fontana e Baldelli, rimarranno entrambe in Forza Italia. Per la scissione di Scelta Civica, invece non è detto che l’integrazione dell’Udp Camera sia richiesta. Infatti Adornato, già segretario d’aula dovrebbe rimanere nel nuovo gruppo udc-popolari, mentre D’Ambruoso, attualmente questore anziano, dovrebbe rimanere con i montiani. Se così non fosse ed uno dei due gruppi dovesse rimanere senza rappresentanza in Udp, allora si procederà all’integrazione.
Per le altre conseguenze di natura parlamentare è presto per dirlo, in particolare per quanto riguarda la spaccatura del Pdl. Ad oggi si possono individuare alcuni punti critici, in particolare in prospettiva di un passaggio all’opposizione del gruppo di Forza Italia. In questo caso ci sarebbero due importanti commissioni, Affari Costituzionali e Finanze, guidate da esponenti non di maggioranza ma di opposizione (Sisto e Capezzone). Addirittura in prima commissione, ad oggi il Nuovo Centrodestra non avrebbe rappresentanti.
Altra conseguenza teorica, ma che potrebbe avere ripercussioni sul governo, riguarda la riforma costituzionale. Ad oggi gli Alfaniani sono 29, alla Camera M5S (106), Forza Italia (67) e Sel (37) per un solo voto potrebbero far mancare la maggioranza dei due terzi nella seconda lettura della legge costituzionale che aggira l’articolo 138, aprendo dunque la strada ad un referendum confermativo. Certo un solo voto è un margine risicato , perché dovrebbe escludere le assenze, sia nella maggioranza che nell’opposizione (anche perché la costituzione impone la maggioranza dei 2/3 dei componenti e non dei presenti). Ma questa partita che torna in bilico trasforma il peso specifico dei pochi voti, finora inutili alla Camera, di gruppi come FDI e Lega che in prima lettura hanno votato a favore. Si vedrà.

* i componenti del gruppo parlamentare Nuovo Centrodestra:  Angelino Alfano, Gioacchino Alfano, Paolo Alli, Maurizio Bernardo, Dorina Bianchi, Antonino Bosco, Raffaele Calabro', Luigi Casero, Giuseppe Castiglione, Fabrizio Cicchitto, Enrico Costa, Nunzia De Girolamo, Alberto Giorgetti, Vincenzo Garofalo, Antonio Leone, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, Dore Misuraca, Antonino Minardo, Alessandro Pagano, Filippo Piccone, Vincenzo Piso, Sergio Pizzolante, Eugenia Roccella, Barbara Saltamartini, Gianfranco Sammarco, Rosanna Scopelliti, Paolo Tancredi e Raffaello Vignani.

giovedì 14 novembre 2013

GIRO DI VITE SULLA SECRETAZIONE DEGLI APPALTI PUBBLICI?



Qualche giorno fa Sergio Rizzo sul Corriere della Sera ha rivelato la vicenda della nuova sede dell’Agenzia Spaziale Italiana a Roma Tor Vergata, il cui costo finale è lievitato di ben 7 volte il preventivo iniziale. Tra le cause di questa esplosione dei costi  si apprende esservi anche la secretazione dell’appalto decisa per “motivi di sicurezza”.
Ebbene in questi giorni in commissione affari costituzionali alla Camera si sta esaminando proprio una proposta di legge che vuole rivedere la disciplina della secretazione degli appalti pubblici in deroga alle normative vigenti (A.C. 219). In realtà il leghista Grimoldi, primo firmatario della leggina, non ha fatto altro che ripresentare il testo unificato al quale si era giunti in commissione nella scorsa legislatura e il cui esame si era interrotto per la fine anticipata della stessa.
L’articolo che regola la secretazione degli appalti è il 17 dell’ decreto legislativo 163 del 2006. La proposta di legge, ma sarebbe più opportuno parlare di leggina, in realtà rischia di essere acqua fresca, come spesso accade con le mediazioni. In sostanza l’unica modifica che si introduce all’attuale regime riguarda un controllo preventivo della Corte dei Conti sulla legittimità dell’appalto, che però se non arriva entro 45 giorni si traduce in silenzio assenso.
Purtroppo non viene minimamente toccato il comma 4 dell’articolo 17 che prevede la possibilità, sulla base di motivi di sicurezza di procedere ad affidamenti diretti degli appalti senza procedere neppure ad una gara con un numero di soggetti partecipanti ristretto.
Su 12 emendamenti presentati al testo in esame 10 sono del Movimento 5 stelle e tutti volti a limitare il più possibile e a meglio definire le procedure per la secretazione. Tra quelli più rilevanti ce n’è uno che interviene proprio sul comma 4 dell’articolo 17 del dlgs stabilendo che gli enti che vi ricorrano debbano specificamente motivare le esigenze che hanno portato all’affidamento diretto di un appalto, e obbligandoli a redigere una relazione scritta nelle quali dare conto della ricerca effettuata dei soggetti e delle motivazioni in base alle quali sono stati ritenuti non idonei per partecipare ad una gara. Altra proposta di modifica rilevante riguarda quella che prevede che l’atto di secretazione sia disposto dall’autorità politica, come più volte richiesto dalla Corte dei Conti e non da semplici funzionari amministrativi come avviene invece ora.
La prossima settimana si passerà ai voti e il quadro potrà essere più chiaro.