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giovedì 25 febbraio 2016

LA FIDUCIA IMPEDISCE DI SCIOGLIERE IL NODO SULL'AMMISSIBILITA' DEL CANGURO


L’epilogo dell’esame del ddl sulle unioni civili, con l’apposizione della fiducia su un maxiemendamento presentato dal governo, ha confermato il carattere “anomalo” che l’esame di questa legge ha avuto fin dal suo arrivo in aula, con un testo base approvato non dalla commissione in sede referente, bensì dalla conferenza dei presidenti di gruppo.
Dopo di ciò si era posta la questione dell’emendamento Marcucci, il così detto canguro. Quindi il Presidente del Senato prima sui giornali e poi nel chiuso della conferenza dei capigruppo (e quindi in via non ufficiale per quanto riguarda l’aula) con un colpevole ritardo ha fatto sapere che avrebbe dichiarato inammissibile l’emendamento Marcucci e tutti gli altri che ne avevano la stessa natura. Inammissibilità che, pero, a stare sempre alle voci non ufficiali fatte filtrare sui giornali, era poggiata su motivazioni assai labili se non contraddittorie.
Chi ha interesse per le procedure e i precedenti parlamentari attendeva con un certo interesse la prima seduta che in questa settimana si sarebbe svolta sul disegno di legge Cirinnà, perché proprio all’inizio di questa seduta il Presidente del Senato avrebbe dovuto dichiarare quali, tra gli emendamenti presentati, sarebbero stati  inammissibili con le relative motivazioni.
La fiducia annunciata ieri, dal Ministro Boschi, non appena l’aula è passata all’esame del ddl sulle unioni civili, ha fatto decadere automaticamente tutti gli emendamenti presentati e ciò, conseguentemente, ha consentito al Presidente Grasso di pronunciarsi sulle inammissibilità.
Il risultato che si è prodotto su quest’ultimo punto è a nostro avviso il più deleterio in previsione futura. Ufficialmente, infatti, l’emendamento premissivo ad un articolato, che non ha un reale contenuto normativo e la cui finalità e solo quella di precludere un gran numero di emendamenti successivi , non è stato dichiarato ufficialmente inammissibile, dunque in futuro a fronte di un nuovo emendamento canguro con caratteristiche fotocopia di quello Marcucci, nessuno potrà invocare a ragione il precedente nel chiederne l’inammissibilità.
Allo stesso tempo, però,sono però agli atti della pubblicistica voci e riflessioni  e prese di posizione che sono state addebitate al Presidente Grasso e da questi non smentite, nelle quali risulta palese l’intenzione del Presidente di considerare inammissibile l’emendamento canguro.
Nell’attività parlamentare contano solo gli atti ufficiali ovviamente, ma la pubblicistica avrà comunque un suo peso, e basta vedere il dibattito odierno in cui diversi senatori hanno già fatto riferimento alle posizioni non ufficiali del Presidente sulla (a questo punto presunta) inammissibilità del canguro, nel rinfocolare polemiche.

Il fatto che il Presidente Grasso non abbia avuto modo (o non abbia avuto la volontà) di pronunciarsi ufficialmente sul canguro lascia sospeso un elemento di non poco conto che, probabilmente, non mancherà di suscitare nuove roventi polemiche alla prossima occasione.

lunedì 22 febbraio 2016

IL RISCHIO CHE LA TOPPA SUL CANGURO SIA PEGGIORE DEL BUCO


Sabato 20 febbraio sulla stampa quotidiana sono stati pubblicati numerosi articoli in cui si riportavano quelle che sarebbero state le intenzioni del Presidente Grasso in merito all’emendamento Marcucci e a molti altri premissivi  in vista della ripresa dell’esame del ddl sulle unioni civili.
In questi articoli si ipotizzava che il Presidente del Senato dichiarerebbe inammissibili tali emendamenti con la motivazioni che, nella situazione che si è venuta a creare dopo il ritiro da parte della Lega di circa 4500 emendamenti, il ricorso ad uno strumento che avrebbe prodotto effetti preclusivi sulle proposte emendative successive, come appunto l’emendamento Marcucci, costituirebbe un’arma sproporzionata e impropria.
Poiché non si tratta di dichiarazioni ufficiali, bensì di valutazioni del presidente del Senato “fatte filtrare” alla stampa è doveroso attendere gli atti ufficiali (eventuale dichiarazione delle inammissibilità) e soprattutto le motivazioni, se vi saranno, di tali atti.
Per il momento si può solo sottolineare che, se l’emendamento Marcucci e gli altri cangurini verranno dichiarati inammissibili sulla base delle motivazioni anticipate sulla stampa, la soluzione lascerebbe non poche perplessità e, ancora una volta porrebbe precedenti preoccupanti. Insomma è il classico caso in cui la toppa sarebbe peggiore del buco.
Le valutazioni pubblicate sui giornali hanno certamente una logica politica. Il problema è che l’ammissibilità di una proposta emendativa non dovrebbe rispondere a valutazioni politiche, ma solo a valutazioni tecniche alla luce delle norme regolamentari.
In questo senso al Senato è l’articolo 97 che detta le norme in tema di ammissibilità, poiché però la lettera di tale articolo dice poco, è importante rifarsi alla circolare del presidente del Senato del gennaio 1997. questa al punto 5.5 specifica che “Sono inammissibili gli emendamenti privi di reale portata modificativa, salvo che intendano apportare correzioni di forma, nel qual caso vanno esaminati e votati in sede di coordinamento”.
Ora se un emendamento come quello Marcucci è da ritenersi inammissibile perché non ha reale portata modificativa, o per qualsiasi altro criterio, questo rimane tale sia che sul tavolo vi siano 10.000 emendamenti, sia che ve ne siano poche decine.
Nelle sedute della settimana scorsa è vero che non si è arrivati al momento dello speech sull’ammissibilità degli emendamenti, ma a leggere il dibattito tutto lasciava ritenere che l’emendamento Marcucci sarebbe stato posto in votazione ( e lo sarebbe stato per primo), dunque la settimana scorsa sarebbe stato considerato ammissibile, mentre a sette giorni di distanza con tutta probabilità sarà dichiarato inammissibile.
Se ciò si verificherà, ci auguriamo davvero, che il Presidente Grasso non metta a verbale, ponendo dunque il precedente, le motivazioni “politiche” che lui o chi per lui avrebbe fatto arrivare alla stampa.

Un conto è la valutazione che, come alla Camera, opera il presidente di assemblea quando decide di ricorrere a votazioni riassuntive o per principi a fronte del numero di emendamenti presentati, un altro è invece dichiarare o non dichiarare ammissibile una proposta emendativa in base ad una valutazione che non riguarda la natura e le caratteristiche di quella proposta, ma elementi ad essa estranei ed esterni come il numero totale di proposte emendative all’esame. 

lunedì 15 settembre 2014

GRASSO (E BOLDRINI) HANNO RAGIONE SU CSM E CONSULTA MA DIANO ESEMPIO CONCRETO IN AULA



Il Presidente del Senato Pietro Grasso ha tentato di sollecitare in maniera “decisa” il Parlamento al fine di sbloccare lo stallo che perdura ormai da tempo riguardo all’elezione dei componenti mancanti del Csm e della Corte Costituzionale. Grasso da ultimo, quale argomento di pressione istituzionale, ha paventato l’ipotesi di scioglimento delle Camere. Dal canto suo anche la Presidente Boldrini ha fatto sentire più volte la sua voce, manifestando il suo disagio istituzionale, in merito all’incapacità o alla cattiva volontà del Parlamento nell’assolvere ai compiti che la costituzione gli assegna, ed inoltre ha mantenuto la promessa minaccia di convocare a ripetizione il parlamento in seduta comune.  Ovviamente i presidenti delle due camere, come pure il capo dello stato, hanno ragione in tal senso. Ma alle parole dovrebbero seguire anche fatti e comportamenti consequenziali. Se per i presidenti Grasso e Boldrini, la mancata elezione dei giudici costituzionali e dei membri del csm costituisce una patologia costituzionale non più sopportabile, allora dovrebbero per primi dare il buon esempio, anche fisicamente,  di quanto per loro sia indispensabile sbloccare lo stallo. Come? Presiedendo fisicamente ed ininterrottamente le sedute del Parlamento in seduta comune fino al conseguimento del risultato . Come noto il Parlamento in seduta comune è presieduto dal Presidente della Camera, ma un seggio alla presidenza è riservato per il Presidente del Senato. Fino ad oggi invece, su otto sedute svolte dal 12 giugno (quando si dovevano eleggere solo i giudici costituzionali) Boldrini e Grasso si sono visti in aula solo in tre occasioni e per un tempo limitato, mentre in tutti gli altri casi la presidenza della seduta è stata affidata ai vice presidenti della Camera. In particolare nella seduta del 10 settembre, ovvero quando l’emergenza era da tempo conclamata, Boldrini e Grasso sono rimasti in aula per circa 55 minuti, in una giornata che tra chiame e sospensioni varie è iniziata alle 9 del mattino e si è conclusa alle 23,48 di sera.
Ovviamente la seconda e la terza carica dello stato hanno agende fittissime di impegni che, sovente, sono di grande importanza istituzionale, ma se si ritiene che vi sia in corso un’ emergenza con rilievi costituzionali da sbloccare ad ogni costo, beh allora anche la loro costante presenza ai banchi della presidenza (ovviamente con qualche pausa che consenta loro di ritemprarsi fisicamente) sarebbe la pressione istituzionale più auspicabile.    

lunedì 31 marzo 2014

LA RONCOLA DELLA BOSCHI CONTRO GRASSO



Maria Elena Boschi si è accorta di essere stata nominata ministro della Repubblica? Il dubbio sorge dopo aver letto la sua intervista odierna a l’Unità, nella quale riserva alcuni passaggi tanto ruvidi e scomposti nei confronti del Presidente del Senato, da far pensare ad un vero e proprio scontro istituzionale. Un conto infatti è parlare alla Leopolda, un altro è esprimere giudizi, pur nella non condivisione politica, sulle tesi espresse dalla seconda carica dello stato su un tema istituzionale come quello della riforma del Senato.
La roncola verbale che usa l’angelica ministra risalta ancora di se si compara la sua intervista a quella, sempre di oggi, dello stesso Renzi. Il premier nella sostanza non le manda certo a dire al Presidente del Senato, ma sta bene attento ai termini che utilizza concedendosi solo la velenosa accusa di lanciare "avvertimenti", che rivolta ad un siciliano non è certamente casuale.
Inoltre nel comparare le due interviste si vede bene come la Boschi cada nell’errore peggiore che i collaboratori di un leader possano compiere: quello di ripetere a pappagallo alcune sue frasi forti.
Ma vediamo nel merito cosa dice la Boschi a Grasso:
(Grasso) avanza una proposta intermedia che rischia di fare ammuina, di far finta che cambi qualcosa per lasciare le cose come stanno”
Di fatto da del gattopardo al Presidente del Senato.
La Boschi prosegue sostenendo che la riforma del Senato era nel programma delle primarie di Renzi e dunque è stata votata da milioni di elettori, e aggiunge “Anche il Presidente Grasso, come me, del resto è in parlamento grazie al Pd
In questo passaggio la Boschi confonde i circa tre milioni delle primarie (la cui larga parte ha votato per Renzi, ma una parte ha votato per gli altri candidati) con i voti ottenuti dal Pd alle elezioni. Ma il programma elettorale era diverso da quello delle primarie. Inoltre il richiamo alla disciplina di partito per il presidente del Senato è doppiamente improprio. Primo perché in quanto tale deve essere una figura di garanzia. Secondo perché il Presidente non vota. Dunque il richiamo a rispettare le decisioni in questo caso riguarda le opinioni?
La Boschi non paga prosegue sostenendo che in senato ci sono le condizioni politiche per approvare la riforma, ma se il primo a rallentare è proprio il Presidente del Senato non si capisce più quale sia la causa e quale l’effetto. E aggiunge “Cerchiamo di essere seri e di rispondere ai cittadini”
Dunque da ciò si potrebbe dedurre che per il Ministro la condotta di Grasso non sia seria?
Sull’opportunità che il Presidente del Senato si pronunci su un tema di rilievo che sarà oggetto di dibattito e voto nell’aula che presiede se ne può discutere. Ovviamente si può legittimamente non essere per nulla d’accordo con quanto detto da Grasso in merito al Senato elettivo.  Però tanta ruvidezza istituzionale e politica da parte di un ministro nei confronti di uno dei presidenti di assemblea è difficile da ricordare, e l’unico episodio che ci viene alla mente (anche se quello fu ben peggiore) fu il vaffa dell’allora ministro Larussa nei confronti di Fini nell’aula della Camera la scorsa legislatura.