giovedì 19 dicembre 2013

TRA LE MANCE DELLA LEGGE DI STABILITA' ANCHE 30 MILIONI ALLA VERA LEGGE MANCIA



La legge di stabilità che la Camera sta per approvare rifinanzia con 30 milioni di euro per il solo 2014 la famigerata legge mancia. Il comma in questione è il 248 il quale, appunto, destina 30 milioni al fondo di cui all’articolo 13, comma 3 quater, del decreto 112/2008. Questo fondo contiene risorse da destinare al risanamento, al recupero o allo sviluppo dei territori, e la destinazione di queste risorse è si operata dal Ministro dell’Economia, ma sulla base di un apposito atto di indirizzo delle commissioni bilancio di camera e senato in cui vengono indicati i destinatari e le quote da ricevere. La legge mancia appunto. Va detto che i 30 milioni stanziati sono inferiori agli stanziamenti degli anni precedenti per la stessa finalità, ed in realtà il governo non ha fatto altro che ridare al parlamento gli stessi soldi che nel corso del 2013 erano rimasti sul fondo della legge mancia ma che i parlamentari non avevano avuto il coraggio di spendere, per ovvi motivi legati alle elezioni e alla crescente ostilità verso la politica.
Ma se nel corso di questo anno non c’è stato il coraggio di utilizzare questi soldi, perché pretendere che venissero stanziati nuovamente, magari per lasciarli inutilizzati anche quest’anno? Difficile dirlo probabilmente sapere che i fondi della legge mancia sono lì a disposizione ai nostri parlamentari fa lo stesso effetto rassicurante che ha la lucina accesa di notte per i bimbi piccoli.
Va detto però che un emendamento approvato in commissione ha limitato in parte la libertà di manovra nella destinazione di questi 30 milioni, stabilendo che queste risorse debbano essere destinate prioritariamente ad interventi di messa in sicurezza del territorio. Ovviamente se al posto di prioritariamente si fosse utilizzato l’avverbio esclusivamente sarebbe stato ancora meglio.

mercoledì 18 dicembre 2013

LA FRETTA, A PAROLE, SUL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI



Il governo ha varato il decreto che elimina il finanziamento pubblico ai partiti venerdì 13 dicembre. Da allora, però, il decreto non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e dunque non è in vigore. Da venerdì a ieri sono state pubblicate giù quattro gazzette (venerdi, sabato, lunedì e martedì) ma del provvedimento governativo sui soldi dei partiti non vi è traccia.
Ovviamente non vi è nulla di strano. Capita sovente che un decreto varato in consiglio dei Ministri compaia in Gazzetta anche diversi giorni dopo. Solitamente ciò si deve soprattutto a due fattori. Uno riguarda gli ulteriori aggiustamenti che gli uffici governativi continuano ad apportare al testo anche dopo la sua approvazione in Cdm. Questo avviene solitamente quando i provvedimenti sono approvati con la formula “salvo intese”. L’altro fattore che può ritardare la pubblicazione di un decreto è la firma indispensabile del Capo dello Stato, che in alcuni casi può tardare ad arrivare quando gli uffici legislativi del Quirinale intendono effettuare ulteriori controlli e approfondimenti sul testo.
Non sappiamo quali siano i motivi della mancata pubblicazione del decreto sul finanziamento pubblico ai partiti, certo è strano però che ci si sbrighi ad approvarlo e soprattutto ad annunciarlo (a parole) e poi si lascino trascorrere ad oggi già 5 giorni prima di tradurlo in un fatto concreto.
Ovviamente sono troppi i giorni che separano dalla fine dell’anno per pensare ad una manovra dilatoria volta a scavallare la data limite del 31 dicembre, anche perché sarebbe semplicemente suicida. Certo è che più tardi si pubblica il testo, perché ad oggi esistono solo le anticipazioni a parole della conferenza stampa del presidente del consiglio, e meno tempo c’è per leggerlo minuziosamente riga per riga, in particolare a ridosso delle festività natalizie.
Altro effetto singolare e perverso di questo ritardo nella pubblicazione e nella presentazione del decreto al Senato, sta nel fatto che proprio oggi la commissione affari costituzionali di Palazzo Madama fa partire l’iter dell’esame sul finanziamento pubblico, ma ovviamente non sul decreto che non c’è, bensi sul testo del disegno di legge approvato alla Camera.

venerdì 13 dicembre 2013

BOCCIA L'INNOVATORE FA VOTARE UN EMENDAMENTO SENZA LA PRESENZA DEL SUO SOTTOSCRITTORE



Quando si vota una legge di stabilità, di cose originali in commissione ne succedono inevitabilmente a iosa. Nella seduta di ieri della commissione bilancio ne è capitata una più insolita delle altre. Il Presidente Boccia ha stravolto la prassi consolidata di aula e commissione consentendo che fosse posto in votazione un emendamento a firma di un deputato non presente e non sottoscritto dal presidente del suo gruppo. Parliamo dell’emendamento 1.1464 Polidori. Va detto che il Presidente Boccia sulle prime constatando l’assenza dell’onorevole Polidori, aveva dichiarato l’emendamento decaduto. Questa decidione è stata contestata dall’on. Corsaro, in base alla tesi che in commissione si stavano votando solo emendamenti segnalati, cioè solo una selezione effettuata dai vari gruppi di quelli ritenuti prioritari. Ciò, ha sostenuto Corsaro, doveva indurre a compiere un eccezione alla prassi consolidata e consetire di votare comunque l’emendamento. Boccia dopo una sostanziale perplessità, ha acconsentito e dunque la commissione ha votato l’emendamento bocciandolo.
Nel regolamento della camera non vi è una norma che esplicitamente stabilisce che quando si debba votare un emendamento firmato da un deputato assente, questo debba intendersi ritirato. Ma questo principio è, come detto prassi consolidata, basta sfogliare a caso qualsiasi resoconto di commissione per accorgersene. Inoltre tale prassi è stata probabilmente mutuata dal disposto del comma 2 dell’articolo 36 del regolamento della Camera che prevede che un deputato iscritto a parlare che risulti assente al momento in cui il Presidente lo chiama perde il suo diritto a parlare perché si intende vi abbia rinunziato. Stesso principio afferma il comma 3 dell’articolo 52, stabilendo che se un deputato ha sottoscritto una richiesta di votazione nominale o di scrutinio segreto non è presente quando si sta per votare, la sua firma si deve considerare ritirata.
La cosa più curiosa dell’episodio sta, però, nel resoconto pubblicato della seduta. Infatti tutta la discussione sopra riassunta non è affatto riportata, forse per evitare di ufficializzare un precedente così nuovo che di certo, per i cultori dei regolamenti e della prassi non va a merito del presidente Boccia. Solo chi, come noi, seguiva la diretta dall’anticamera ha potuto godersi la chicca.