lunedì 8 luglio 2013

IL DECRETO DEL FARE...PIANO E MALE



Il Corriere della Sera di oggi ha pubblicato un lungo articolo a firma di Sergio Rizzo sui costi della burocrazia che, per quanto riguarda i passaggi relativi alla legislazione oscura e alla farraginosità dei decreti attuativi, sembra una perfetta fotografia del decreto del fare.
Questo decreto è quanto mai eterogeneo ed interviene, di fatto, su tutti i settori dell’attività di governo. Nel fare questo contravviene espressamente a due norme di leggi perfettamente vigenti. La prima è  l’articolo 15 della legge 400 del 1988, che all’comma 3 dispone “I decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”.
L’altra è l’articolo 17, comma 30 della l.127/1997 che in maniera molto chiara dispone: “  I disegni di legge di conversione dei decreti-legge presentati al Parlamento recano in allegato i testi integrali delle norme espressamente modificate o abrogate.” Questa norma serve a consentire a chi tenta di leggere un decreto di capire qual è l’effettiva modifica apportata ad un articolo riproducendone il testo integrale precedente alla modifica. Tanto per fare un esempio abbastanza indicativo l’articolo 17 del decreto reintroduce all’interno del Fascicolo Sanitario Elettronico un elemento, come i dati clinici, che per motivi di privacy era stato volutamente tenuto fuori nella scorsa legislatura, precludendone l’uso per le attività di studio. Una modifica di natura così sensibili passa di fatto inosservata se non la si può confrontare con il testo originale della norma.
Passando ai decreti attuativi, se ne registra un vero e proprio festival nei primi due articoli del decreto. Ben 5. La cosa è assai singolare visto che il decreto dovrebbe essere un provvedimento di massima urgenza e questi primi due articoli intervengono su quella che è la massima delle urgenze, ovvero il sostegno economico alle piccole e medie imprese, sia sotto forma di fondo di garanzia per i prestiti, sia sotto forma di finanziamenti per l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature per la produzione.  Più precisamente l’articolo 1 prevede un fondo pubblico che possa garantire i prestiti accese dalle imprese con le banche. Questo il principio. Le imprese che potranno accedervi e le condizioni di accesso, ovvero l’attuazione dell’intero articolo, sono rinviate ad un decreto ministeriale per il quale non è previsto neppure un termine di attuazione.
L’articolo 2 se possibile fa pure peggio. Infatti esso dispone che la cassa depositi e prestiti metta a disposizione della banche un plafond  2.5 miliardi da utilizzare per finanziamenti agevolati alle imprese per l’acquisto di beni strumentali. Anche qui i requisiti e le condizioni di accesso al credito, la misura massima del singolo prestito e le modalità di erogazione dei contributi per coprire la spesa per interessi sono demandati ad un decreto ministeriale per il quale non è previsto alcun termine. Come se questo non bastasse l’intera applicazione dell’articolo dipende dalla stipula di una convenzione tra governo, Abi e Cassa depositi e prestiti, anche questa ovviamente senza alcun termine.

giovedì 4 luglio 2013

OCCUPARE I BANCHI DEL GOVERNO E' IL VIZIETTO DELLA LEGA



Ieri è stata una seduta turbolenta quella di Montecitorio, complice l’esame del provvedimento sulle pene alternative al carcere che sta suscitando la totale opposizione della Lega. Il punto più alto di tensione si è raggiunto nel momento in cui mentre dai banchi del gruppo i leghisti alzavano alcuni cartelli, uno di loro, Gianluca Buonanno si è intrufolato fin sopra i banchi del governo dove, vicino al sottosegretario alla giustizia, ne ha approfittato per sollevare il suo. Inevitabile la conseguente espulsione decretata dal presidente di turno Di Maio.
Quello di invadere i banchi del governo nell’emiciclo di Montecitorio è però un vizietto leghista, visto che tale operazione ha un precedente di portata ben più ampia verificatosi nella XV legislatura. E’ giovedi 14 giugno 2007 quando una quindicina di deputati leghisti si impadroniscono dei banchi del governo sventolando copie della Padania. Tra gli incursori padani anche Paola Goisis che occupa lo scranno del presidente del consiglio.
Una coincidenza lega i due episodi, ieri come allora a presiedere l’aula al momento del blitz c’era un giovanissimo vice presidente, nel 2007 era Giorgia Meloni che sospese l’aula per 20 minuti. La differenza rispetto a ieri fu il clamore che suscito l’episodio, che l’allora capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini definì mai accaduto prima. Per la cronaca i 15 leghisti furono puniti con il massimo della pena, 15 giorni di sospensione. Molto meno clamore ha suscitato ieri l’impresa di Buonanno, al punto che Edmondo Cirielli, di Fratelli d’Italia ha stigmatizzato l’espulsione decretata nei suoi confronti dal vice presidente Di Maio.

martedì 2 luglio 2013

SI LITIGA SUL VICE PRESIDENTE MA IL PROBLEMA E' IL SEGRETARIO D'AULA AGGIUNTIVO



La vicenda dell’elezione del quarto vice presidente della Camera, in sostituzione di Maurizio Lupi, l’ha sollevata da molto tempo questo blog quando nessuno se ne era accorto. Ora che è una notizia politica di primo piano a noi continua ad interessare solo il profilo regolamentare ed istituzionale e così ci limitiamo soltanto a citare i precedenti che dal 94 ad oggi hanno sempre visto assegnare 2 vice presidenti all’opposizione. 1994 Governo Berlusconi e Pivetti Presidente di Montecitorio i vice dell’opposizione erano Acquarone e Violante; 1996 Governo Prodi e Violante Presidente Camera i vice dell’opposizione erano Biondi e Giovanardi; 2001 Governo Berlusconi e Casini Presidente Camera i vice dell’opposizione erano Mastella e Mussi, 2006 Governo Prodi e Bertinotti Presidente i vice dell’opposizione erano Tremonti e Meloni. 2008 Governo Berlusconi e Fini Presidente Camera, i vice dell’opposizione erano Bindi e Buttiglione.
Ciò detto la questione di rilievo e anomala relativa alla votazione di oggi pomeriggio riguarda l’elezione del segretario d’aula della quale nessuno si sta occupando. A nostro avviso si tratta di un elezione assolutamente non dovuta, un incarico istituzionale assegnato per dare soltanto una poltrona in più con tanto di ufficio e decreti, e che con tutta probabilità andrà al Pd.
La questione sta tutta nell’articolo 5 del regolamento della Camera. Il comma 1 stabilisce che nell’ufficio di presidenza i segretari d’aula debbano essere in numero di 8. I commi 4 e 5 stabiliscono che successivamente si può procedere all’elezione di segretari per consentire a tutti i gruppi presenti alla Camera di essere rappresentati nell’ufficio di presidenza. Il comma 8 dello stesso articolo prevede che qualora debbano essere sostituiti i membri dell’ufficio di presidenza eletti nella prima votazione (quella in cui sono stati eletti 4 vice presidenti, 3 questori e appunto 8 segretari) si procede ad una nuova elezione.  Tale comma nella nostra interpretazione non fa che ribadire che il numero ordinario dei membri dell’uffiicio di presidenza è quello dettato dal comma 1, dunque per i segretari 8. Così come nel caso del vice presidente, se uno dei quattro cessa, il comma 8 rafforza il disposto che non possono rimanere in 3. Se, però, come sovente capita, nel frattempo si è proceduto ad eleggere segretari aggiuntivi, che dunque sono già 8 o più, il comma 8 non dovrebbe essere applicato per i segretari d’aula.
L’elezione odierna pone un procedente e da un’interpretazione estensiva dell’comma 8 dell’articolo 5. Il motivo non è istituzionale ma materiale. Il Pd che non ostante esprimesse un numero di segretari d’aula abnorme rispetto alla prassi recente (ben 5, mentre fino ad oggi i due principali partiti si erano spartiti al massimo 4 segretari a testa),ne ha perso uno a seguito della nomina di Giampiero Bocci a sottosegretario. Invece di rimanere con 4 segretari ha preteso il reintegro della quinta poltrona. Spiace che la Presidente Boldrini abbia obbedito tacendo, spiace che nessuno alla Camera, ed in specie l’opposizione abbia posto la questione dal punto di vista dell’interpretazione del regolamento, chiedendo quanto meno di produrre una lista di precedenti in tal senso oppure un parere della giunta del regolamento. Tanto paga la Camera.