venerdì 12 luglio 2013

IL GOVERNO RIDUCE MA BLINDA I RIMBORSI ELETTORALI


Se si volessero sintetizzare in poche parole gli effetti prodotti dalla proposta di legge del governo sul finanziamento pubblico ai partiti, si potrebbe dire questo: I rimborsi elettorali nel 2017 lasceranno il campo al sistema del due per mille. Dal 2013 al 2016 i rimborsi, che continuano a sopravvivere, vengono ridotti ma al tempo stesso blindati a favore dei partiti, anche a fronte di eventuali palesi irregolarità commesse.
L’effetto perverso nasce dal combinato disposto dell’articolo 7 del disegno di legge a.c.1154 e dalla lettera f) del comma 4 dell’articolo 14 dello stesso testo. Il primo introduce di fatto controlli di natura più blanda rispetto a quelli vigenti e prevede che entrino da subito in vigore, la seconda sopprime i commi da 8 a 21 dell’articolo 9 della legge 96/2012, guarda caso proprio le eventuali sanzioni che attualmente si possono applicare ai partiti a fronte di irregolarità contabili. Basta leggere il primo dei commi abrogati per capire l’effetto prodotto “Il presidente del Senato e il Presidente della Camera sospendono…l’erogazione dei rimborsi e dei contributi per il cofinanziamento spettanti ai partiti che risultino inottemperanti ecc. ecc.”
Il risultato è chiaro, oggi se un partito commette irregolarità contabili, si può vedere bloccati i rimborsi e addirittura comminare sanzioni economiche. Una volta approvata la nuova legge del governo questo non sarà più possibile per i rimborsi elettorali e il cofinanziamento che pure, come detto, continuerà ad essere erogato fino al 2017. Dunque si da vita ad una zona franca di quattro anni a prova di tesoriere più ladro del mondo.
E’ mai possibile che si possa essere trattato di una svista o di un errore materiale di qualche funzionario di Palazzo Chigi? Non si può escludere anche se l’esperienza insegna che nelle leggi in tema di soldi ai partiti niente, neppure una virgola, è inserita per caso, ma tutto ha un fine ben preciso. Un’ultima chicca. Nell’articolo 7 della proposta di legge si prevede la possibilità di escludere un partito dal percepimento del 2 per mille in caso di irregolarità, ma si tratta solo di una possibilità teorica. Infatti la legge prevede che se un partito non invia alla Commissione di controllo il proprio bilancio certificato entro il termine stabilito (il 15 giugno) può comunque sanare la sua posizione tranquillamente entro il 31 ottobre successivo. Peccato che la stessa elasticità non venga applicata ai cittadini per quanto riguarda le scadenze fiscali e i rapporti con Equitalia.

giovedì 11 luglio 2013

TOTALMENTE INADEGUATA AL SUO RUOLO



Spiace doverlo dire, ma ieri Laura Boldrini ha dato prova di tutta la sua inadeguatezza a svolgere l’importante ruolo che ricopre, quello di Presidente della Camera, superando anche il suo predecessore Gianfranco Fini, quando arrivò a sostenere che un deputato era libero di parlare in aula a seconda di quello che diceva.
Ieri era una giornata particolare per la sospensione dei lavori richiesta dal Pdl, al quale i deputati M5S avevano risposto prima con un sit in fuori da Montecitorio e poi assistendo in piedi allo svolgimento del question time del loro capogruppo Nuti.
La Boldrini è apparsa subito incerta, forse temendo le reazioni del M5S, quando ha consentito tranquillamente a Nuti di proseguire nella sua illustrazione ben oltre il minuto regolamentare. Il meglio è giunto, però, quando si è conclusa l’interrogazione. I deputati 5 stelle hanno continuato ad applaudire impedendo per qualche minuto di passare alla successiva interrogazioni. La Presidente gli chiede un paio di volte di smettere, poi inizia a chiedere l’aiuto di Luigi di Maio, addirittura richiamandolo “al suo ruolo”. Di Maio, che probabilmente dai banchi del suo gruppo si sente più sicuro di quando presiede l’aula, giustamente ha ricordato alla Boldrini “Presidente le ricordo che lei sta presiedendo l’aula, non io”.
Il silenzio di Laura Boldrini e la faccia terrea del Segretario Generale Zampetti sono la migliore fotografia dell’umiliazione a cui si è esposta la Presidente della Camera. Il richiamo a Di Maio, per riportare all’ordine il gruppo di cui è membro, non ha alcun fondamento. I membri dell’ufficio di presidenza, in questo caso un vice presidente, quando non presiede è un deputato come un altro e la sua carica non lo vincola ad alcuna condotta o ruolo. Se si vuole chiedere collaborazione per riportare all’ordine un gruppo se mai ci si rivolge al suo presidente o al delegato d’aula. Probabilmente Laura Boldrini l’ha scoperto solo ieri, sempre che l’abbia capito o che Zampetti glielo abbia spiegato.

 http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Assemblea?NumeroLegislatura=17&NumeroSeduta=50&IdIntervento=278107

mercoledì 10 luglio 2013

CHIUSO PER COSA?



I lavori della Camera (ed anche quelli del Senato) sono per il momento bloccati a seguito della richiesta avanzata dal Pdl di sospensione delle attività parlamentari per tre giorni per consentire ai gruppi PDL di rimanere riuniti in assemblea permanente. Non si tratta di altro che della ritorsione politica nei confronti della decisione della Cassazione di pronunciarsi sul processo mediaset entro fine mese.
Il problema, però, se i lavori delle Camere dovessero essere effettivamente bloccati, non riguarda tanto il Pdl che, comunque la si voglio giudicare, sta mettendo in atto una protesta politica. Riguarda soprattutto gli altri gruppi della maggioranza ed in particolare il governo di Enrico Letta. Ovviamente le opposizioni si sono già pronunciate con forza per il proseguimento dei lavori parlamentari.
Se i lavori si bloccheranno, e questo accadrà solo se il Pd e il governo lo consentiranno, sarà manifesto che il Premier Letta e la stessa maggioranza sono ufficialmente ostaggi del Pdl e del suo leader Silvio Berlusconi. Andare avanti comunque è certamente rischioso, perché c’è già chi nel Pdl è arrivato a minacciare una crisi di governo. Anche se non si arrivasse a tanto sarebbe comunque rischioso perché, ad esempio, alla Camera si vota un decreto come quello sull’Ilva, e con il Pdl sull’aventino i numeri potrebbero anche mancare (non è detto perché il Pd da solo a Montecitorio ha quasi la maggioranza assoluta).
E’ evidente, altresì, che fermare i lavori produrrebbe un doppio danno istituzionale e politico. Il primo è quello più importante ed è quello che più interessa alla linea di questo blog. Un parlamento che si blocca in maniera plateale e inaudita per una vicenda giudiziaria privata, quando neppure ventiquattro ore prima il paese ha subito l’ennessimo, drammatico declassamento economico, costituirebbe un colpo difficilmente rimediabile alla credibilità dell’istituzione. E’ per questo che l’attività deve proseguire, magari trovando un accordo tacito con le opposizioni, magari con i deputati democratici che si iscrivono a parlare in massa sul complesso degli emendamenti del Dl Ilva evitando di votare, oppure mettendo all’ordine del giorno qualche mozione non pericolosa, ma le porte del parlamento non possono e non devono rimanere sbarrate.
L’altro danno è politico, e ovviamente riguarda il premier Letta che perde ogni credibilità ed ogni parvenza di autonomia, dopo che solo ieri sera dichiarava che le vicende di Berlusconi non avrebbero avuto ricadute sull’esecutivo.
Ci permettiamo, infine di dire, che di fronte ad una simile situazione non si può permettere il silenzio il vero garante di questa legislatura.