venerdì 10 luglio 2015

COME STANNO LE COSE SUI RIMBORSI ELETTORALI 2015




Da qualche settimana si è tornati a parlare dei rimborsi elettorali dei partiti e non lo si è fatto in maniera molto precisa. Poiché il tema è complicato proviamo a fare ordine. Per capire.
Il così detto decreto Letta (Dl149/2013) ha completamente modificato il sistema cancellando i rimborsi elettorali, ma solo dal 2017. Nel 2015, dunque ai partiti aventi diritto spetta una quota pari al 50% di quella alla quale avrebbero avuto diritto prima della riforma. In cifre 45 milioni totali, euro più ed euro meno. Questi soldi debbono essere erogati entro il 31 luglio prossimo a seguito di una delibera degli Uffici di Presidenza di Camera e Senato che ne approvi il riparto. Fin qui la legge vigente.
Il problema nasce a seguito del fatto che l’organo incaricato di controllare la correttezza dei rendiconti depositati dai partiti (La commissione di garanzia degli statuti) non ha svolto questo controllo perché, come dichiarato dal suo presidente non ha le risorse umane per svolgere tale compito. Da qui nasce il problema se la rata dei rimborsi elettorali del prossimo 31 luglio potrà essere erogata o meno.
Se si legge con attenzione l’articolo 9 della legge 96 del 2012 (anche nei commi abrogati da dl 149 che, come prescrive lo stesso Dl 149 con una norma transitoria [art 14, comma 3] rimangono vigenti finche rimangono i rimborsi elettorali e dunque fino al 2017) la mancata erogazione dei rimborsi elettorali agli aventi diritto è prevista solo nel caso in cui una forza politica non depositi entro il 15 di giugno il rendiconto dell’anno precedente ( in questo caso quello della gestione 2014) con una serie di relativi allegati. Poiché i partiti hanno adempiuto a questo obbligo, come la Commissione comunicherà entro il prossimo 15 di luglio, a norma di legge i partiti possono pretendere di percepire nei termini la rata spettante.
Il problema si pone perché la Commissione sugli statuti non è riuscita a svolgere il controllo sulla regolarità dei dati dei bilanci dei partiti relativi al 2013. In caso di irregolarità riscontrate in tale controllo la sanzione massima eventuale non può comunque essere superiore ai 2/3 della rata di rimborso elettorale spettante nell’anno in corso (il 2015).
Di fronte a questa a questa situazione sono possibili due strade (che spettera agli Udp di Senato e Camera scegliere). La prima è garantista e prevede legittimamente l’erogazione dell’intero importo dei rimborsi elettorali ai partiti entro il 31 luglio. Anche perché nel caso di specie non sono i partiti ad avere contravvenuto alle regole, ma l’organo di controllo che non ha adempiuto ai propri obblighi. La seconda strada che si potrebbe seguire è quella colpevolista che prevede l’erogazione al 31 di luglio di solo 1/3 dell’importo spettante, attendendo per i restanti 2/3 il controllo da effettuarsi nel merito dei bilanci e l’assenza o meno delle sanzioni pecuniarie che la Commissione potrebbe irrogare.
Una sola strada non sarebbe corretto seguire, quella di non corrispondere alcun rimborso elettorale al prossimo 31 di luglio.

martedì 7 luglio 2015

PARLAMENTARI UNITI CONTRO IL MAL DI TESTA



Il mal di testa è molto fastidioso. Forse è per questo che una giovane deputata del partito Democratico ha inviato una mail a tutti i deputati e i senatori proponendo la costituzione di un intergruppo parlamentare per il riconoscimento della cefalea cronica come malattia sociale.
La deputata in questione è Giuditta Pini, modenese classe 1984. Gli atti parlamentari presentati non sono proprio da stacanovista di Montecitorio ( due proposte di legge a prima firma e due interrogazioni), ma sulla cefalea l’on. Pini è estremamente motivata, al punto che una delle sue due proposte di legge presentate è proprio su questo tema.
Poiché, scrive l’on. Pini, sono molte le proposte presentate in tal senso sia alla camera e al senato, coordiniamoci tutti insieme per ottenere il riconoscimento del mal di testa cronico come una malattia sociale.
Staremo a vedere come andrà, certo è che se un gruppo trasversale di parlamentari si dovesse creare una cosa non mancherà mai alle loro riunioni, gli analgesici per il mal di testa.

lunedì 6 luglio 2015

ARRIVA IL REFERENDUM ANTI ITALICUM MA PRESENTA CRITICITA'



Il giorno dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, furono diversi gli esponenti politici che ipotizzarono un ricorso al referendum abrogativo, in particolare per eliminare i capilista bloccati. Ad oggi nessuno si è mosso in tal senso in politica. Si sono mossi invece un gruppo di privati cittadini che il 30 giugno hanno depositato in Cassazione un quesito che propone l’abrogazione dei capi lista bloccati dell’Italicum, lasciando dunque solo il voto di preferenza. Dal verbale pubblicato nella Gazzetta del primo luglio si apprende solo il nome della persona presso il quale il comitato referendario ha eletto domicilio. Si tratta del professor Marco Galdi ex sindaco di Cava dei Tirreni.
Il Quesito referendario, come detto, propone l’abrogazione dei capi lista bloccati. Ma dal testo pubblicato in Gazzetta emergono alcune criticità. La prima è un errore materiale in cui si cita per sbaglio la lettera b) dell’articolo 1, comma 1 della legge 52/2015, al posto della lettera c). Un'altra perplessità (anche se su questa c’è da discutere) riguarda invece l’intervento al comma 1 dell’articolo 19 del DPR 361/1957. La frase che residua dopo l’abrogazione proposta è la seguente “A pena di nullità dell’elezione nessun candidato può essere incluso in liste nello stesso collegio o in altro collegio plurinominale”. Una disposizione che non sembra avere senso e dunque potrebbe essere considerata come inammissibile.  
Difficile dire se i presentatori del quesito si siano limitati solo ad un'azione dimostrativa (quella del solo deposito appunto) o intendano raccogliere le firme. Certo è che alle difficoltà cronologiche di un'impresa referendario già indicate in un post precedente, in questo caso si aggiungerebbe il forte rischio di un quesito è passibile di inammissibilità.